“In un campo di calcio si può anche morire”, ripeteva ogni tanto Franco Scoglio.

Al decimo del secondo tempo di quel Fiorentina-Genoa, cambia la vita di due persone. I viola sono avanti 2-1. L’assist di Daniel Bertoni è perfetto. Col contagiri. Mette di fronte Giancarlo Antognoni e il portiere genoano Silvano Martina. Fino a quel momento, il capitano dei viola ha giocato una delle migliori partite dell’annata, regalando tocchi d’alta scuola. Ha anche segnato su rigore con la consueta freddezza. Dall’altra parte, un portiere che prova ad opporsi a una Fiorentina che arriva da tutte le parti.

Sul lancio è in vantaggio Antognoni. Che decide di cambiare elegantemente direzione e perde l’appoggio sicuro. Va comunque sulla palla con la testa. Martina abbozza l’uscita in stile da portiere di pallamano, che lo lascia in una posizione occasionale da fantino disarcionato. Dopo un timido tocco di Antognoni, il portiere alza istintivamente il ginocchio destro e lo colpisce violentemente alla testa.

Il capitano viola è cianotico. Il battito del polso bassissimo e aritmico. Gli occhi sbarrati . Il cuore si ferma. Martina scappa via dal campo piangendo. Lo staff medico delle due squadre pratica massaggio cardiaco e respirazione bocca a bocca. Dopo tre minuti, tutti vedono Antognoni alzare il braccio e riprendono a respirare. Sono due fratture alla parte sinistra del cranio. A proposito : la Fiorentina batte il Genoa. E’ un surreale 3-2.

Forse la violenza dell’impatto percepita da tutti è amplificata proprio dalla splendida prestazione di Antognoni di quel giorno. Come se l’unico modo per fermarlo fosse un’entrata scomposta e disperata come quella.

Martina viene da prestazioni positive, come quella di San Siro contro l’Inter, dove ha tenuto il bunker in piedi da solo. Poi da una vittoria a Marassi contro la grande Juve. Un’incertezza sul gol subito e un paio di uscite coraggiose. “Nella scorsa estate qualcuno era titubante nei miei confronti . Ci vuole un portiere da A , dicevano . Ora però ho dimostrato in campo di essere all’altezza”. Sa di trovarsi a un punto di svolta del campionato e della sua carriera.

“Sono uscito per cercare di prendere la palla e chiudere al massimo lo specchio della porta. Antognoni è anche leggermente scivolato e siamo venuti allo scontro . Che, quando mi ero lanciato in volo, è stato inevitabile. Quando l’ho visto a terra in quello stato , sono scoppiato a piangere e ho cercato di nascondermi. La gente mi urlava assassino. Ero disperato. E’ stato Bertoni a farmi coraggio. Ma sono stati secondi terribili , nella mia mente si affollavano mille pensieri , ho addirittura pensato di abbandonare tutto”.

La procura della Repubblica di Firenze apre un’inchiesta . A Martina arriva una comunicazione giudiziaria per “lesioni personali volontarie gravi”. Ha 48 ore di tempo per farsi interrogare. Il primo giorno non si presenta.

E’ una settimana che non dimenticherà più. Il procuratore della Repubblica Enzo Fileno Carabba (che curiosamente è anche un tifoso della Fiorentina) respinge subito l’insinuazione secondo la quale vorrebbe il processo perché il calciatore ferito è uno importante. Carabba è invece animato solo da nobili intenzioni : “Noi vogliamo fare pulizia nel calcio , perché non è più una cosa pulita. Ci sono troppi interessi extra-sportivi in ballo , troppi miliardi. Una volta mi divertivo alle partite. Il mio dovere di pubblico ministero era quello di aprire un’inchiesta sull’accaduto, considerato che nel mio mandato c’è proprio la facoltà di rimettere al vaglio dei giudici quei casi nei quali è estremamente probabile che sussista una responsabilità penale . Prima dell’inizio del campionato avevo auspicato che gli organi di polizia adottassero le misure necessarie per respingere la violenza. Il caso Martina rientra proprio in quest’opera di pulizia”.

In poche ore sulle spalle del portiere non si addensa più soltanto il peso della difficile salvezza del Genoa. Un anonimo portiere di medio-bassa classifica, caratterialmente apprensivo e introverso, viene candidato come capro espiatorio dell’italica violenza negli stadi. Senza averne l’attitudine criminale. E poi decisamente non è colpa sua se già nel pre-partita di Firenze sono volate le solite sprangate.

Prova ad isolarsi. Anche se è quasi impossibile. E continua a ripetere dieci volte al giorno la sua versione dei fatti:  “ Non ho mai fatto del male a nessuno . Sono tranquillo sulla involontarietà del fallo . Mi interessa soltanto che Antognoni guarisca e poi la magistratura può fare quello che vuole . E’ stato uno scontro casuale. Sono cose che capitano ” . Poi nell’interrogatorio esce dal copione: dichiara di aver previsto l’impatto e di aver colpito Antognoni col ginocchio sbagliato, il sinistro.

Intanto in ospedale Antognoni riprende a parlare . Una delle sue prime dichiarazioni è proprio per l’avversario : “Martina non ha colpe . Non mi sono accorto che stava piombandomi addosso. Non dovevo andarci con la testa, ma con il piede, così lo avrei evitato “.

Sui media imperversa il dibattito nel merito e nel metodo. L’uscita di Martina divide italianamente  colpevolisti e innocentisti. Poi tra gli stessi colpevolisti c’è chi distingue: non c’è volontarietà, ma la sua uscita volante è stata tecnicamente sbagliata . Dopo dieci anni di onorata carriera, Silvano Martina rischia di diventare improvvisamente un marchio d’infamia . Anche perchè lo condannano i portieri del passato. E’ una batteria transgenerazionale con Ghezzi, Negri, Sarti e Battara. Lui gli risponde come può: “Quasi tutti gli ex-portieri mi hanno sparato contro. Per esempio, Negri ha detto che ho infranto le regole. So che è stato un grande portiere, ma mi hanno detto che, quando doveva uscire dai pali, tremava di paura. Per fortuna, Zoff ha detto che non si può giudicare guardando la televisione . E poi addio sport se c’è chi pensa che qualcuno giochi per far del male”. Poi scappa a fare allenamento.

Domenica infatti c’è Genoa-Ascoli, anche se a lui sembra la finale dei mondiali. “Mi sento tranquillo. Se avessi qualche dubbio, lo direi al mio allenatore. Il momento più brutto sarà quando scenderò in campo”. Alla vigilia arriva comunque a pezzi. Deve intervenire il medico.

Entra in campo a testa bassa. Poi viene scosso da un boato. “Silvano, la curva Nord è con te” dice lo striscione. Sceglie proprio quella porta. Si avvicina corricchiando. Butta guanti e cappello nella rete incandescente. Ma l’arbitro Longhi spezza l’idillio: si cambia porta, perché il Genoa ha perso il campo.

Dopo trenta secondi, qualcosa o qualcuno ha deciso di metterlo alla prova: lancio profondo e faccia a faccia con De Ponti . Martina è in netto vantaggio, ma è indeciso. In fondo, dall’altra parte c’è ancora la Fiorentina, non l’Ascoli. Poi parte e anticipa .

Dopo quindici minuti, fallo di Romano su Mandorlini e rigore per l’Ascoli. Va a calciare Greco. “Sapevo che in quell’istante mi stavo giocando la carriera, che praticamente avevo cominciato da capo soltanto da qualche minuto. Poi quando ho visto Greco sul dischetto, ho dimenticato tutto” . Tiro secco alla destra di Martina, che vola e ci arriva. “Non sono uno specialista dei rigori. In vita mia ne ho parati appena quattro”.

Fino a quel momento.

Non è finita qui.  Salva tre volte su De Ponti , di cui due in uscita. E ancora su Mandorlini, grattando l’incrocio dei pali. L’angelo caduto vola ancora. L’Ascoli ha dominato, ma finisce 0-0. Inutile dire chi viene giudicato il migliore in campo.

Marassi è in piedi , tutto per lui. “Certi episodi possono stroncare un uomo . Ho tremato soltanto sul primo pallone. Quell’uscita è stata terribile perché non riuscivo a decidermi. Mi hanno sbloccato gli applausi del pubblico più del rigore parato”. Il lunedì lo dedicherà all’interrogatorio del pubblico ministero .

Prima però passa a salutare un amico: “Vado a trovare Antognoni. Parlare con lui è l’unica cosa che desidero. L’inchiesta non mi fa né caldo né freddo “.

La sua paura è per la reazione delle curve avversarie in trasferta. Ma a San Siro viene applaudito. E il Genoa strappa un altro pareggio.

Sono trascorsi venti giorni dallo scontro di Firenze e Silvano Martina viene rinviato a giudizio per “lesioni personali volontarie gravi”. Il reato prevede la reclusione che va da 3 a 7 anni. Ma nel caso di lesioni gravissime, la condanna passa da 6 a 12 anni. Lui non sembra scomporsi “Il provvedimento non mi ha sorpreso. Non discuto sulla gravità delle lesioni, ma mi sembra che il concetto di volontarietà sia parecchio stonato”. Il Genoa va a Udine per un altro scontro diretto e c’è la solita palla lunga: lui resta fermo. Anzi, inchiodato . Miano segna facile.

Intanto Antognoni torna a respirare aria di campo. Decide di evadere da tutte le moviole e interpreta l’episodio solo alla sua naturale velocità. E quindi nella sua autenticità. Diventa il miglior collegio difensivo di Martina e smonta anche la singolar tenzone mediatica: “Ho ripetuto al giudice che Martina non ha colpe. Non aveva certo intenzione di farmi male . Perché hanno deciso così? Mai mi ha sfiorato il dubbio. Purtroppo so che tutto questo non servirà a nulla, ma lui sappia che mai gli ho portato rancore.

Io ho rallentato la mia azione ed ero in ritardo. Lo scontro è avvenuto perché seguivamo la traiettoria della palla. Capita spesso nei campi di calcio che i giocatori ricorrano a dei falli. Guardate quello che Tassotti ha fatto ad Oriali (una scarpata in faccia da brividi e trenta punti di sutura n.d.a.), ma non voleva fargli del male.  Non pensavo davvero che questa brutta storia dovesse avere un epilogo così triste. Voglio dirgli solo questo: non te la prendere, io so che non l’hai fatto apposta”.

Dal campo di allenamento: “Giancarlo non è soltanto un campione. Ma un uomo onesto e generoso”.

Nonostante chi lo vorrebbe sbattere in quarantena , Martina quell’anno non salta nemmeno una partita. Fa i miracoli contro il Bologna. Poi quando para un altro rigore a Cesena contro Schachner, viene letteralmente sommerso dai compagni. E torna sicuro in uscita.

Ma non riesce a non pensarci “Stavo conquistando i tifosi genoani che sono di bocca difficile, ma che ti ricambiano con tanto affetto . Ed ecco che mi capita questo incidente. Proprio non ci voleva perché qualche problema me lo procurerà. Peccato. Questo è il campionato più bello del mondo , il mio primo campionato da titolare in serie A”.

Antognoni rientra dopo quattordici partite. Quattro mesi. La domenica successiva c’è Genoa-Fiorentina. In posa per le targhe e i mazzi di fiori. “Sono un emotivo e oggi sarò davvero contento di rivedere Giancarlo in campo. Potergli stringere la mano sarà un enorme sollievo . Per me è finito un incubo. Non mi preoccupo molto del processo. Mi impensierisce di più la partita”. Qualcuno azzarda: “Ma se oggi dovesse trovarsi solo davanti ad Antognoni su un cross, cosa farebbe?”.

Risponde il campo. Perchè succede davvero. E perché il dio pallone si diverte a rimettere a posto. I due quasi frenano e guardano la palla. Non esiste il rischio zero. Arriva prima Martina e la getta via coi piedi. Antognoni precisa: “Non ho frenato . Mi sono fermato solo perché ho capito che lui su quella palla era in netto vantaggio. Lui è costretto a rimanere fermo fra i pali . Ecco perché oggi ha accusato di più lo stress ”.

Sta bene a tutti il pareggio. Martina para anche due punizioni insidiose. Battute da Antognoni.

Al novantesimo attraversano lo stadio insieme , l’uno al fianco dell’altro . Poi Antognoni gli urla “Arrivederci a domani!”. E poi sottovoce “in bocca al lupo!”. Si vedranno in tribunale.

Il presidente Carvisiglia mostra a Martina per l’ennesima volta le immagini. Fotogramma per fotogramma. “In istruttoria lei disse che prevedeva lo scontro. Allora perché non si è fermato in tempo ?” “Ma come avrei fatto a fermarmi se ero già in aria ? Mi aspettavo un pallonetto e sono andato a chiudere lo specchio della porta . Quando il pallone deviato sulla mia sinistra mi scivolò accanto, allungai la gamba sinistra nell’intenzione di intercettarlo. Non ho mai guardato Antognoni. Seguivo il pallone, non c’è stata volontarietà. Anche De Sisti ha ammesso che Antognoni è scivolato deviando il pallone , spiazzando me e anche se stesso”. I giudici sono poco convinti.

Antognoni lo scagiona senza esitazioni. Sfilano i dirigenti, l’arbitro Casarin e un guardalinee . Al quale il presidente chiede : “Lei è il guardalinee della squadra di casa o di quella ospite?”.

Poi l’encomiabile pubblico ministero Cariti scatena una requisitoria di due ore e mezza. Ci va giù duro, divagando sul calcio “isola felice” da bonificare, sull’opacità del Palazzo. Quando i giudici entrano in camera di consiglio, Martina appare devastato: “Stanno facendo il processo al calcio, non a me”.

L’attesa è lunga. E la mente può anche tornare indietro. A Sarajevo dove è nato, all’interno della comunità italiana. I nonni erano emigrati per lavoro. “Mio nonno era suddito dell’impero Austro-Ungarico e si stabilì laggiù, dove siamo nati mio padre e io”. Era un quartiere solo italiano dove c’è poco da scialacquare. Si gioca nel cortile . “Sarajevo è bellissima e nel ricordo diventa ancora più bella . La città vecchia, la moschea, il mercato. E il richiamo del muezzin . Un miscuglio singolare, un po’ di slavo, un po’ di turco”.

Quando la contaminazione diventa esplosiva, tornano in Italia. E’ il 1965 : Silvano ha dodici anni e non conosce una sola parola di italiano. Gli tocca rifare tutto il percorso scolastico. Prende la licenza elementare a 16 anni. Fa il corso per “congegnatore meccanico” alla scuola professionale. “Ma non sapevo nemmeno cosa fosse un congegnatore meccanico. Io già pensavo al calcio”.

Fa parte della splendida nidiata dell’Esperia di Udine, quella di Toni Bacchetti. Sposa Antonella, ma non riesce a rimanere per più di due anni consecutivi con la stessa maglia. Il sogno è una vita normale da calciatore.

Dopo la promozione in serie A col Genoa, quindi un paio di mesi prima della partita di Firenze, si era presentato in un’intervista al giornaletto locale “Lo Sprint”. “Quali sono i tuoi calciatori preferiti ?” La risposta:  “Antognoni e Tardelli”. Anche se adesso sembra il frammento di una favola.

Il Tribunale di Firenze ha deciso di non doversi procedere nei confronti del portiere del Genoa Silvano Martina in ordine al reato di lesioni colpose gravi, su difetto di querela”. Una legge del 20 novembre – due giorni prima della partita di Firenze – aveva stabilito il non doversi procedere nei confronti dell’imputato accusato di lesioni, in assenza di querela di parte. E Antognoni ha rinunciato a presentarla.

“Gli unici che avrebbero avuto il diritto di parlare erano i parenti di Antognoni  . Ma loro hanno dato una lezione a tutti”.

Tiene il Genoa in serie A per due anni. E’ uno che se il mister non lo sgrida negli allenamenti, si fa venire le paturnie . Si chiede come mai. E cura i dettagli.

E’ abituato ai cambi di maglia e, dopo Genova, riprende una serie che sembra infinita. Dei trasferimenti farà una ragione di vita quando smetterà.

E continua a parare i rigori. Anche se non era la sua specialità.

a cura di Ernesto Consolo

un ringraziamento speciale a Giuliano Pavone

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