Una persona che nella vita cambia nome per tre volte, non può che essere un agente sotto copertura. Lui era invece soltanto un calciatore. Anche se molto bravo.

Ma questo già si sapeva. Per sottrarre questa storia a un lungo silenzio, è piombato provvidenzialmente il libro di Francesco Rovida. Che ha dato una casa a chi l’ha sempre cercata.

Quando arriva in Italia, Istvan Nyers è ufficialmente un apolide. E’ anche uno allegro, stravagante e all’apparenza ricco. In quell’Italia del dopoguerra attira stormi di ragazze. Che possono constatare da vicino quello che a tutt’oggi non sempre è chiaro: essere apolide non è una malattia. Meglio precisarlo, se nell’anno 2017 perfino Anna Frank è il comodo bersaglio della frustrazione di gruppi di sportivi (?) italici.

ANNA

La famiglia Nyers è originaria dell’Ungheria settentrionale a maggioranza rom (al confine con la Slovacchia). Ad inizio anni Venti è costretta ad emigrare: per alcuni gruppi etnici tira una brutta aria. La meta è la zona mineraria della Lorena, dove papà Nyers trova lavoro. Qui c’è un paesino francese dal nome curioso (anche perché al confine con la Germania): Freyming-Merlebach, dove nasce Istvan Nyers.

La crisi economica costringe la famiglia Nyers a far ritorno in Ungheria, nella città di Subotica che è un’altra terra di confine. E’ un crogiolo di etnie e religioni, contesa da secoli da Serbi e Ungheresi.

L’approccio col calcio di Istvan è un campetto di periferia . Le cartelle piene di libri sono le porte dove tirare con un pallone di stracci . Passa a quello di cuoio, finendo sotto cova al Vasutas Ak . Ma Istvan è un fuori categoria. Dispone di una muscolatura poderosa perché è un ex-boxeur. Con entrambi i piedi sfodera un tiro alla dinamite. E a diciassette anni è già in prima squadra . L’allenatore lo sistema all’ala sinistra e lo sopporta il più possibile.

Un giorno Istvan gli racconta che deve saltare l’allenamento per motivi personali. Sembra agitato e il suo atteggiamento irrita ancora di più il mister, che prima prova a trattenerlo e poi gli molla una sberla davanti ai compagni.

Il motivo della fuga è nobile ed presto spiegato: Istvan deve andare a casa del compagno di squadra Ivan Zvekanovic. Qui aspetta la risposta della sorella Anna Zvekanovic alla sua proposta di matrimonio.

Sarà un sì.

Rompe con il Vasutas e gioca (poco) nelle squadre satellite dell’Ujpest . Non viene infatti ritenuto caratterialmente affidabile. Poi un giorno lo mettono in campo: lui prende palla e inizia a saltare avversari. Mezza squadra per terra. Salta anche il portiere e si ferma sulla linea di porta . Poi decide di tornare lentamente indietro.

Viene dato ordine ai compagni di non passargli più la palla . Ma all’Ujpest nella stagione successiva, quella ’45 – ’46, qualcosa succede: diciassette gol in altrettante partite. La squadra stravince il campionato.

Anche se lui lo scudetto lo festeggia a modo suo: andandosene. Nel frattempo infatti l’ha chiamato la Nazionale, perché Istvan è un cittadino ungherese. E il 14 aprile 1946 la sua vita cambia. Si gioca Austria-Ungheria al Prater di Vienna. E lui segna con un missile da fuori area. A bordo campo ha preso nota l’emissario di un allenatore argentino a caccia di talenti, che di nome fa Helenio e di cognome Herrera Gavilàn. Allena lo Stade Français a Parigi, appena promosso nella serie A francese.

CAMION

Il contratto che gli offre Herrera è ricco. Istvan fa la valigia e scappa su un camion militare cecoslovacco . Destinazione: Praga, momentaneamente. Perdendo così per sempre la cittadinanza ungherese (e la Nazionale).

A Praga trova subito una squadra, il Viktoria Zizkov. E conclude la stagione lì. Lo raggiunge in aereo Helenio Herrera. Il Viktoria non vuole perdere il suo nuovo attaccante e gli sequestra il passaporto. Ma lui prende Anna e scappa ancora. E con Herrera al seguito.

Li ferma la polizia ceca . Istvan viene trattenuto perché senza documenti, mentre Herrera viene accompagnato all’ambasciata francese. Proprio qui la situazione si sblocca: Herrera, in qualità di preparatore della Nazionale francese , racconta di essere stato incaricato di reclutare calciatori apolidi. L’ambasciatore concede il lasciapassare a Istvan e Anna: si parte per Parigi . Qui il suo nome diventa per tutti l’Etienne.

E all’esordio fa tripletta. Intanto in virtù delle sue origini transalpine, chiede la cittadinanza francese. E aspetta.

In campionato ne segna ventuno, scatenando le sirene di mezza Europa. Per consolidare il suo valore di mercato, il procuratore gli consiglia di rimanere un altro anno a Parigi. Il suo procuratore se ne intende: si chiama Helenio Herrera Gavilàn. Perché allora il mister poteva fare anche il procuratore.

Ne segna altri tredici . Lo vogliono il Barcellona, il Torino e l’Inter, dove il presidente Masseroni vuole dimenticare le ultime annate di magra. L’Inter porta l’etichetta di “squadra femmina” perchè civettuola, capace di incantare per una sola domenica e poi svanire. Ora però Masseroni vuole calciatori dalla condotta morale irreprensibile.

Herrera chiude l’affare ed ecco l’Etienne.

Si presenta all’Arena di Milano al volante di una Studebaker celeste.

La notizia del suo arrivo è circondata dalla leggenda: undici secondi netti sui 100 metri, tecnica circense, una rete sfondata con un tiro. Ma snobba le amichevoli : “I gol veri li tengo per partite vere”.

E’ il 19 settembre 1948, prima di campionato. La gente si alza in piedi sulle tribune per guardarlo, perché segna una tripletta alla Sampdoria. E si insedia in vetta alle statistiche che arrivano ai nostri giorni.

E’ solo l’inizio. Freddo sotto porta e dal dischetto, segna subito nel derby col Milan. Lo marca Gratton , che con lui andrà sistematicamente in bambola. San Siro diventa la sua nuova casa anche se Anna non va mai a vedere le partite. Lui gliel’ha proibito perché “si emoziona troppo”.

CADILLAC

Intanto è diventato per tutti “Stefano” Nyers, perché in quell’Italia che ascolta la musica di Riccardo Wagner e di Riccardo Strauss, il nome “Etienne” non può che perdersi. Con sforzi sovrumani di fantasia qualcuno tira fuori anche un soprannome: “lo zingaro dal piede d’oro”.

Lui è rapido, imprevedibile. Forse fa davvero 100 metri in meno di undici secondi. Continua a segnare in tutti i modi e regala assist perfino dalla rimessa laterale. L’Inter è subito matura per giocarsi il primo posto con il Torino. Anzi, Quel (maiuscolo) Torino. Nello scontro diretto poi, Valentino Mazzola e compagni s’impongono 4-2 . L’Etienne quasi gli rende omaggio: “Non avevo mai incontrato difensori così forti come Ballarin e Maroso”. Gli tocca accontentarsi del titolo di capocannoniere.

Gli piace vestire bene. Ha una collezione di quasi duecento cravatte. Mangia spesso al ristorante ungherese di Largo Foppa. Poi si trasferisce in quello di via Moscova: riso, coniglio all’ungherese e strudel. Adesso gira in Cadillac rossa, le ragazze sempre intorno. Qualche notte nei tabarin e di giorno si dedica a una nuova attività: apre infatti in pieno centro un atelier di abiti di lusso. “Milano era stupenda. Io ci avevo trovato la mia tana”. E trova un ingaggio al fratello Ferenc, che va alla Lazio.

Pensa anche al futuro. I terzini non fanno complimenti e lui decide di assicurare le gambe con una polizza da cinquanta milioni. Di undici è invece indebitato. Basta chiamarlo “Grand Etienne” e si fa massacrare al tavolo da gioco. Intanto ha chiesto la cittadinanza italiana. E aspetta.

Con l’arrivo di Alfredo Foni in panchina, l’Inter diventa un’altra squadra. Non è più tempo di 6-5 (al Milan), ma di due scudetti a colpi di 1-0: in attacco incrociano Skoglund, Nyers e Lorenzi ed è spettacolo. L’Etienne infatti non è la classica ala sinistra. “Nel calcio c’è sempre da imparare”, anche se pronunciata da lui, la frase può fare impressione.

A luglio ‘52, mentre sta nuotando nella piscina di via Ponzio, gli viene rubata la Cadillac. Poi non si presenta al raduno perché chiede il reingaggio. Lascia Anna a Milano e se ne va a Sanremo (c’è anche il casinò).

Il presidente Masseroni non molla. “Se vuole qualcosa, venga lui . Ma sarò irremovibile. Piuttosto rinunceremo a Nyers per tutto il campionato”. Risposta: “Voglio tornare in Jugoslavia. E fare il contadino”.

Alla fine si degna . Torna e ovviamente riprende a far gol. Sei mesi e scompare di nuovo, martedì 3 febbraio ‘53. Un giornalista va a casa sua in via Varese e parla con Anna, che glielo passa addirittura al telefono. Anna racconta che l’atelier è in difficoltà e non lo fa dormire la notte. L’Etienne si trova a Parigi : è andato a trovare il fratello Ferenc, scappato dall’Italia lasciando una scia di creditori.

Tra questi c’è anche l’Etienne.

Torna in treno dopo cinque giorni. Sabato 7 . Trova la multa e l’esclusione dalla rosa . “Non intendo giocare nell’Inter se non verranno accolte le mie richieste”. La sua maglia numero 11 è andata a un esordiente. Si chiama Mazzoni e San Siro lo applaude per dare una lezione all’Etienne. Ma l’Inter perde la partita dopo diciannove risultati utili consecutivi.

Martedì 10 febbraio a Milano nevica e l’Etienne riprende gli allenamenti. Qualcuno dice che “Nyers ha fatto nevicare: si è messo a lavoro”. E la domenica a Napoli è pronto il rientro del titolare. Arrivano i due punti.

Nell’estate ’53 l’Inter campione d’Italia comincia ancora la preparazione senza di lui. Che se n’è andato in Jugoslavia . La fuga era stata fin da bambino l’unica via per riscrivere il suo destino. “Devo rinnovare il mio contratto perché quello precedente è scaduto . Mi auguro di trovare un punto di accordo . Altrimenti preferisco cambiare società. Intanto mi sto allenando con la Stella Rossa”. Ci sarebbero anche delle sue dichiarazioni poco simpatiche nei confronti di calciatori italiani: “Sono state volutamente travisate”.

Rientra dopo due mesi di campionato e viene aggregato alle riserve. Ma c’è il derby e Foni vuole farlo giocare. Il presidente viene messo di fronte al fatto compiuto. Si arrocca: “parlo di cifre solo dopo la partita e se lui avrà meritato”.

Seppure a corto di preparazione, l’Etienne sfodera una prestazione memorabile. Tripletta . Si divora anche il quarto gol: “ Mi doleva la caviglia e non sono riuscito a imprimere alla palla un effetto sufficiente per evitare in diagonale l’ostacolo del portiere che mi veniva incontro. Sarebbe stato troppo”. E’ l’ultimo ad uscire dal campo. Testa e ciuffo a ciondolone. Lo sguardo rivolto verso la tribuna , come se cercasse qualcuno. Lo abbracciano amici, dirigenti. Lo chiamano i fotografi, piazzati a semicerchio. Lui tira dritto fino allo spogliatoio. E tutte le volte che si apre la porta , scatta.

Alla fine il presidente non si farà vedere .

L’Etienne deve andar via. Lascia due scudetti e una percentuale realizzativa impressionante. Curiosamente il primo anno senza di lui, i nerazzurri si piazzano ottavi. E Masseroni si dimette.

Va alla Roma, richiesto dal tecnico Carver . In attacco fa il suo , la squadra arriva addirittura seconda. Un bel giorno, un mediatore di partite scrive una lettera al giornale romano “Il Tifone”, spiegando che aveva ottenuto la collaborazione di un certo Stefano , calciatore della Roma, per accomodare Roma-Milan. Compenso: seicentomila lire. L’unico Stefano della Roma è lui.

Ma aveva giocato benissimo quella partita, forse il migliore in campo. “Andrò fino in fondo perché voglio difendere il mio nome. Non so niente di questa storia”. E ha ragione. Presenta due querele e ne esce pulito.

Due anni in Spagna. Ci prova al Barcellona. Ma proprio Helenio Herrera lo boccia: “E’ logoro, è troppo discontinuo”. Vorrebbe tornare all’Inter: “Mi basterebbe un contratto a gettone”. Lo ottiene al Lecco. E c’è un’incredibile promozione in Serie A. L’ultima soddisfazione da calciatore, prima di essere scartato dal Bari.

Nella primavera ’62 si rifà vivo in qualche allenamento dell’Inter. Le sue traiettorie mettono alla prova il portiere Bugatti. “Ho avuto una sola grande squadra di amici, l’Inter. Era una squadra meravigliosa, piena di artisti”. Gioca una partita di vecchie glorie a Torino. Forse non è cambiato niente: tripletta.

E’ proprio vero che non è cambiato niente: le sue richieste di cittadinanza sono state sempre ignorate. La prima risaliva al ‘50. Rimane un apolide. Nel frattempo gli oriundi Angelillo, Sivori e Montuori sono diventati italiani.

L’Etienne prova nel settore degli elettrodomestici e degli oggetti d’arte. Il copione è lo stesso: mentre i suoi assegni e le sue cambiali girano a vuoto, scompaiono televisori, juke-box, poi addirittura un quadro di De Pisis. A un certo punto scompare anche lui. Ma è la solita fuga. Torna subito, tra una denuncia e una condanna. Essere apolide non è una malattia. Malato forse è il suo rapporto con il denaro.

A Bologna sembra placarsi. Ha una bella casa non lontano dal centro. All’ora dell’aperitivo è sempre al bar. “Qualche denaro l’ho buttato, ma la mia ricchezza erano gli amici”. Continua ad occuparsi di commercio. Ed è anche un grande esperto di cavalli. Sta talmente bene che decide di andarsene.

Nella sua Subotica. Ma stavolta non è una fuga. Perché capisce che quella è la sua casa.

Per andarsene davvero sceglie il giorno del compleanno dell’Inter. Ma tutte le volte che qualcuno lo ricorda, Istvan Nyers torna. E segna.

a cura di Ernesto Consolo

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