In quella partita aveva sfoggiato tutto il campionario: dribbling, aperture telecomandate da cinquanta metri, tecnica giocosa, assist . Tutto con grande semplicità, come i campioni veri. E quel piede destro col quale sarebbe capace di fare anche il nodo alla cravatta: “Con quella finta sul primo gol ho messo a sedere tutta la panchina spagnola”. Non si scompone e sta proprio lì la finta.
Ancora col destro nell’angolino.

Poi attraversa metà campo, saltando compagni, guardalinee, dirigenti . E c’è un motivo: “Sapevo che tutti mi stavano guardando e l’ho fatto apposta. Volevo far vedere a tutti quanto questa squadra sia attaccata a Osim. La mia è stata una provocazione per tutti quelli che hanno attaccato ingiustamente e insultato il nostro allenatore”. Il secondo gol è un piazzato a giro. Si guadagna anche i complimenti di Pelè.

Un anno dopo si ritrova nello stesso stadio, il Bentegodi. E’ una scelta esistenziale: “Sono pronto a dare il meglio di me stesso per dimostrare fin dalla prima giornata che non sono un ex-campione con il ginocchio di cristallo”.
Si giocava a Metz, Marsiglia avanti 2-0 con un’autorete e un rigore di Papin, entrambi procurati da lui. “Fatale fu l’episodio del rigore. Mi avvicino al portiere e faccio per scartarlo. Lui mi butta giù, attorcigliandosi al ginocchio sinistro . Non mi sembrava una cosa grave e tirai avanti per settimane.
E’ lì che ho sbagliato”.

Si opera alla cartilagine della rotula. Il muscolo della coscia subisce un accorciamento di quattro centimetri. Vince lo scudetto ma non se ne accorge nemmeno.
“Dopo l’operazione del 15 novembre ho lavorato come un dannato e spesso da solo per dimostrare al mondo intero che non sono finito. Che Stojkovic non è una stella filante: giocare novecento minuti in tutta la stagione è stato un vero schock, un incubo. Come se fossi morto. Ma in dodici anni non avevo mai avuto uno strappo”.

E’ appena tornato da Cannes con la sua compagna Snezana e le piccole Andrea e Anja. E’ stato anche un viaggio di nozze: “Ho deciso di mettere la testa a posto anche per quello . A Cannes mi ha chiamato il segretario del Marsiglia e mi ha parlato di Verona. Capisco al volo che vogliono disfarsi di me. Però sull’altro piatto della bilancia c’erano il campionato più selettivo del mondo e una piazza a me cara come Verona. Anche se ho avuto proposte da Juventus, Milan, Paris Saint Germain, Bologna, Roma e Napoli. Il Verona ha fatto di tutto per strapparmi al Marsiglia e questo mi ha quasi commosso”.

A Verona si sogna: “Senza il calcio non sarei nessuno. Si raccontava che io potessi cambiare da solo una partita. Qui voglio dimenticare il tempo perduto e vivere una vera storia d’amore con questa città splendida che mi ha portato fortuna durante il mondiale. Posso solo dirvi che non farò la riserva di lusso e che voglio portare il Verona in zona Uefa. Quella che sta per iniziare sarà per me la stagione del rilancio ai vertici del calcio europeo”.

Sono le 16,37 di un caldo pomeriggio di luglio. Dragan Stojkovic sui suoi sandali ha l’aria un po’ sbattuta . Soffia sulla frangetta. Poi toglie gli occhiali scuri, quelli che porta sempre. Niente, li rimette. Deve percorrere il corridoio che dagli spogliatoi porta al campo. Intanto due dei suoi tre manager non lo mollano. Davanti a lui, qualcuno libera il sottopassaggio . Lassù in cima alle scale c’è un boato. Lui alza una mano al cielo. Poi la chiude a pugno. I tifosi nel parterre si agitano , urlano “Dra-gan Stoj – ko – vic” .
Qualcuno allunga una maglia gialloblù col numero 10 . Lui la infila sopra una camicia a righe bianche e blu. Foto di rito col presidente. Poi arriva un pallone: Tieni, fai due palleggi. Lui , ovviamente coi sandali, ne infila cinque. Per la cronaca, il sesto è un colpo di tacco che spedisce il pallone in mezzo alla gente.

A quel punto nessuno si azzarda a chiedere il costo dell’operazione. E nemmeno l’esito delle visite mediche. La festa ha anche bruscamente interrotto l’allenamento di due campionesse italiane di corsa ad ostacoli, la Morandini e la Zamperioli. Perché Dragan Stojkovic ha sovvertito l’ordine del giorno di tutto il calciomercato italico. Forse arriva anche Brehme e in attacco il centravanti del Boca Juniors, un certo Gabriel Omar Batistuta.

Lui può sembrare scontroso, ma poi si scioglie. E sorride: “Non so chi sia il più forte giocatore dell’Est. Dovete dirlo voi. E non è vero che tenevo un poster di Platini sopra il mio letto. Certo è sempre stato il mio idolo e vorrei diventare il numero uno del campionato italiano proprio come lui. Perché il vero calcio è qui”.
Non sopporta abitare vicino al lago: “L’inverno è triste, d’estate troppa gente”. Rifiuta la villa di Briegel e finisce a Borgo Trento, nella villetta che fu di Caniggia. Vuole portare anche suoceri e genitori: “Non sono povero. Ho scelto di andare a giocare all’estero solo per fare un’esperienza professionale diversa. Quand’ero bambino c’era Calimero, la Pantera Rosa e un cartone animato Pixie , Dixie e Mr. Jinks. Per me gli amici hanno scelto Pixie, il topolino col papillon azzurro. Mi chiamano ancora così. Perché dovrebbero cambiare?”.

Invece non è più il caso di chiamarlo “calciatore jugoslavo”. Ormai meglio chiamarlo serbo. “Non voglio pronunciarmi sulle dichiarazioni di indipendenza di Slovenia e Croazia. Noi comunque in squadra non abbiamo mai avuto problemi né discusso o scherzato su quelle cose”.

NAPOLI

Al raduno sono in duemila, tutti per lui . Improvvisamente si sentono dei privilegiati. E il telefono è rovente per le prenotazioni degli abbonamenti. Pixie è disinvolto, distribuisce strette di mano, autografi. Poi qualcuno prova a rovinare la festa. E’ un gruppetto della curva sud con un coro razzista. Il bersaglio è Alessandro Renica , colpevole, nientemeno, di aver giocato nel Napoli.

Anche se è veronese del quartiere Golosine. L’indomani ci sono le scuse ufficiali, ma i cori anti-Renica riprendono subito, riportando tutta la vicenda nei confini dell’ordinaria imbecillità.
Pixie ascolta tutto con interesse. Si diverte, perché in quelle ore in Jugoslavia ci si ammazza per motivi un po’ più seri. E perché ha capito che l’Italia è anche la caricatura del razzismo: “La politica è una gran brutta cosa. Io non sono nemico di nessuno. Queste divisioni tra croati e serbi non esistono. Per tutta una serie di errori commessi da tutti, la situazione sta precipitando. Io sono solo un calciatore, non mi occupo di politica”.

In ritiro sorprende perchè corre tanto, suda. In albergo ha chiesto una camera singola. E nella hall ha fatto pubblicare gli orari di ricevimento dei giornalisti: dalle 12,15 alle 12,30 e dalle 19,30 alle 19,45. Fascetti lo vede già fluttuare tra metà campo e attacco: “Sarà il leader di questa squadra. E se è quello che ho visto alla Stella Rossa, abbiamo il motore turbo. Basta che gli si muovano intorno quattro o cinque giocatori e lui sa dove giocare la palla. Nessuno schema. Con i nostri attaccanti rapidi, voglio proprio vedere le difese in linea”.

Lo preoccupa solo la coscia sinistra di Pixie: “Sembra uno stecchino rispetto all’altra. Coi miei collaboratori ci siamo chiesti come mai”.
Il 4 agosto c’è l’amichevole con il Venezia . Dragan Stojkovic è nell’esercizio delle sue funzioni: regia raffinata, assist per il gol di Lunini, un altro di tacco applauditissimo per Icardi. “E sono ancora lontano dalla condizione ideale”. Gli avversari gli riservano un trattamento speciale. Anche se quegli oltraggi alle caviglie non lo sorprendono: “E’ da quando gioco a certi livelli che faccio i conti con questo. Tutto il mondo è paese. Nel campionato jugoslavo ci sono difensori che non entrano sul pallone , ma sui piedi. Ho le gambe segnate dai tacchetti e non sempre puoi
trattenerti, perché lo sai che lo fanno per farti male”.

Tre giorni dopo, per l’amichevole contro l’Inter, sono in trentamila. Lui si fa ammonire dopo un’entrata spericolata di Montanari, ma delizia la platea con palleggi volanti, affondi , lanci d’esterno. A fine partita squilla il telefono, è Boniperti: “Come sta il nostro campione?” “Caro Giampiero , Pixie è nostro e ce lo teniamo”. Gli allenatori lo votano come il miglior straniero arrivato in Italia.

La svolta è la sera di domenica 18 agosto a Reggio Emilia: amichevole tra Reggiana e Verona. La squadra è imballata e soffre. Prytz non gira, si va sotto. Pixie prova una discesa in tandem con Raducioiu. Poi un assist per Pin. Si innervosisce, prende i soliti calci. E alcune giocate non riescono.
Poi al trentaseiesimo della ripresa entra duro su Altomare. E becca il giallo. Non è finita. Si avvicina all’arbitro Guidi, lo strattona e gli chiede “Perché sempre io?”: fuori. E sei giornate di stop. Da scontare in campionato .

E’ sconvolto. All’inizio non parla. Poi non ce la fa più: “Mi dispiace . Dell’Italia e del calcio italiano ho imparato di più quella sera che in tre mesi. Se avversari botte , io zitto. Se no io fuori e loro ah ah ah. Sto rendendomi conto che per me la vita qui non sarà facile, ma non voglio fare la figura dell’attaccabrighe. Alla Stella Rossa sono stato espulso una volta sola in trecento partite. Sono ancora in fase di ambientamento e so che mi aspettano con il fucile puntato . Nessun problema.

Accetto la scommessa . Puntate pure, che poi punto io. E ho capito che qui da voi non esistono le mezze misure. O si va giù o si va su. O si è tutto o si è niente”.

CRVENA ZVEZDA

Mercoledì 21 agosto 1991 alle 20,30 parte un quadrangolare con Verona, Parma , PSV Eindhoven e Stella Rossa. Prima partita è Verona – Stella Rossa: tra i suoi ex-compagni ci sono Pancev, Savicevic, Mihajlovic. In quei giorni il campionato jugoslavo è stato rinviato perché trentacinque squadre croate di serie A , B e C si sono ritirate. E perché si combatte a Zara , Spalato, nella Slavonia, nella Krajina: “Alla nazionale non rinuncio.

Perchè prima che serbo, sono jugoslavo e desidero con tutte le mie forze che la Jugoslavia continui a essere una nazione. Solo in Jugoslavia il calcio e la politica seguono la stessa strada e non è giusto. I politici sono tutti stupidi. Per quanto mi riguarda, non sono ancora stato neppure sfiorato da questa guerra. Ma so solo che odio le morti violente, di chi ha ragione e di chi ha torto. Adesso dobbiamo rimanere uniti. Il calcio e lo sport sono una cosa, la
politica un’altra. E prima o poi tornerò a vivere nel mio paese, qualunque cosa sia”.

Pixie detta magistralmente i tempi, prende le solite botte e va in gol: punizione stupenda.
Quando Osim dirama le convocazioni, precisa: “Potrebbe essere l’ultima volta che ci vediamo tutti insieme come Jugoslavia”. Quella squadra è l’ultimo residuo brandello di orgoglio nazionale: i croati Boban, Suker, Vulic , Boksic non ci sono più. Vukovar è sotto assedio. Robert Prosinecki, che ha padre croato e madre serba, annuncia che non ci sarà. E nessuno sa se e per quanto tempo giocheranno bosniaci, macedoni e montenegrini.

Pixie è tra i convocati: “Il ricordo più brutto della mia carriera è quella partita a Zagabria con la Stella Rossa. Gli scontri prima della partita , che poi non si è mai giocata. Eppure io e Boban, come capitani, ci eravamo stretti la mano “. Adesso dopo l’invasione dei tank serbi e il bombardamento dei mig21, la Dinamo ha cambiato anche nome: si chiama Hask Gradjanski.

Al Verona, Pixie può giocare solo in Coppa Italia e c’è il Lecce . Lui inizia con un missile da quaranta metri. Al trentottesimo, calcio di punizione dal limite: litiga con Lo Bello per la distanza della barriera e becca il giallo. Vorrebbe andar via. Nel suo italiano stentato dice che è finita. Interviene Fascetti , che ha una predilezione per quelli a sangue caldo: lo trattiene a forza e lui si placa.
Poi al quarto d’ora della ripresa scatta a sinistra su un lancio di Ezio Rossi, sorpassa un difensore, sdraia il portiere Battara e chiude con una splendida veronica appoggiando dentro.

Poi è ancora devastante a sinistra e detta l’ assist per Lunini. Il risultato finale è Verona –Lecce 5-0.
La squalifica gli viene ridotta. Rientra e il Cagliari viene sgominato. Con un missile al volo stordisce Bisoli per cinque minuti. Poi sfiora il gol di testa. E segna su punizione deviata. Oggi sarebbe suo, si vince 2-0. “Comincio a trovarmi a mio agio”.

Sabato 12 ottobre è in ritiro con la nazionale per la partita contro le Far Øer. “Palla al piede ho fatto uno scatto e ho sentito sul muscolo qualcosa che sembrava la puntura di un ago. Mi sono infortunato nel modo più banale e in un momento in cui stavo andando bene. E’ da agosto dell’anno scorso che sono perseguitato dalla sfortuna. Ho perso un anno e mezzo”. Strappo alla coscia sinistra . Rientra col volo Belgrado-Zurigo-Milano, uno dei pochi rimasti . Se ne va a Gardaland con le bambine.

Intanto il Verona perde rovinosamente a Cremona. E dall’Hajduk potrebbe arrivare un croato, Robert Jarni. Abita a Spalato con sua moglie che è in attesa di un bambino. Lì stanno ancora bombardando. Pixie non vede l’ora di abbracciarli: “In Croazia ho moltissimi amici , dobbiamo stare tutti assieme. Sono stato in stanza con Boban che è croato e nessuno ha sparato all’altro. E’ un mio amico e mi spiace non averlo più in Nazionale”.

Alla fine Jarni arriva in Italia, ma la destinazione è Bari. Affianca proprio Boban . Quel Natale ‘91 Pixie va a Belgrado con la famiglia. Lì non funziona quasi nulla. Ma c’è ancora la Federcalcio che, come rinchiusa in una bolla spazio-temporale, prova a tenere in piedi la partecipazione agli Europei . Anche se dovrebbe giocarvi una squadra randagia, senza patria : “Belgrado non è più la stessa. A centotrenta chilometri si combatte. La guerra ormai è alle porte.

Alla televisione si vedono immagini raccapriccianti. Adesso hanno iniziato anche a uccidere i bambini. Non si può continuare così. Una guerra che non capisco, una guerra assurda . Ti fanno vedere creature innocenti con una pallottola in fronte. Sono cose agghiaccianti che ti gelano il sangue. Ho parlato con tanti miei colleghi. Tutti vogliono fuggire da quell’inferno. Io cosa posso fare? Questa è una guerra e noi calciatori siamo al di fuori”.

I suoi genitori sono rimasti a Nis, duecento chilometri da Belgrado, dove Pixie ha cominciato a giocare. Lì dovrebbero essere al sicuro. La guerra ti fa tirar fuori tutta la verità. Anche perché senti di non avere più tempo: “Il giorno di Santo Stefano ho visto Sinisa Mihajlovic. Lui ha la casa devastata . Sono entrati , l’hanno saccheggiata. Nella sua camera aveva tutti i trofei vinti con la Stella Rossa , tanti ricordi, tante fotografie. Quelle dove c’era anche lui sono state usate come bersaglio. Tutte le foto hanno un buco, proprio in mezzo alla fronte di Mihajlovic. I suoi genitori vivono a Borovo Selo, un villaggio di confine dove combattono serbi e croati. Tutto questo è
terribile”.

Poi aggiunge qualcosa: “La Jugoslavia e io dobbiamo andare all’Europeo” . Anche se lo dice sottovoce.
Parla come se giocasse ancora con la Stella Rossa: “Calcare l’erba del Marakana di Belgrado è stata la realizzazione dei miei sogni di ragazzino. Cinquantamila persone allo stadio. Adesso sono due-tremila al massimo. E forse si giocherà in campo neutro. Nessuno ha più voglia di divertirsi. Eppure la squadra continua a vincere, anche l’Intercontinentale. Perché è straordinaria. Nel mio ultimo giorno le mie parole sono state: ‘Vi auguro buona fortuna e arrivederci in finale di Coppa dei Campioni’ . Ed è andata proprio così. Poi quando Goethals mi chiese di tirare il rigore contro i miei vecchi amici, gli ho detto : ‘No, non è possibile’ ”.

Alla ripresa degli allenamenti al Verona, si presenta per primo. Adesso può rifugiarsi dietro un pallone. Inizia il potenziamento muscolare: piscina, lavoro con i pesi. Rientra a febbraio con l’Inter ed è il migliore in campo. E’ tornato per incanto il gioiello luccicante che tutti conoscono, fragile e perfetto. Solo lui può allargare le porte della percezione di un’intera città. E gli avversari lo seguono come fosse un pifferaio magico. Splendida palla per Raducioiu sulla sinistra: cross e appoggio comodo di Ezio Rossi. Il Verona non segnava da quattrocentonovantotto minuti.
Poi c’è un calcio di rigore e lo danno a Pixie: “Mi sono deconcentrato un attimo e ho colpito male”.
La manda in orbita. Si vince lo stesso.

ZORAN

Poi il Verona rallenta e Pixie ci mette del suo: sbaglia un altro rigore . Forse non è sereno e un motivo c’è, anche se lui ne parla poco: “Mio fratello Zoran ha diciannove anni, un bambino. E’ partito per la guerra, combatte vicino Glina, un paesino croato a maggioranza serba. Lì tutti i cittadini sono armati, anche di kalashnikov. Solo chi ha un parente in guerra può capire”. C’è l’ennesima tregua, dicono, ma ci si spara addosso lo stesso.

Sembra vicino al punto di non ritorno. “Nella vita bisogna avere la capacità di adattarsi anche alle situazioni non esaltanti. Non si può vivere sempre in primo piano sotto la luce dei riflettori”. Si va dritti in serie B. Deve lasciare Verona.

Un giorno la Nato decide di bombardare massicciamente Belgrado, causando anche la morte di civili inermi, tra cui quasi cento bambini. Pixie è il primo calciatore a protestare ufficialmente, trascinando tutti: la federcalcio jugoslava , l’opinione pubblica , i compagni. E propone il boicottaggio di tutte le partite in cui sono impegnati i calciatori serbi. Si accodano subito Jugovic dell’Inter e due montenegrini, Savicevic e Mijatovic del Real Madrid. Tutti i calciatori serbi del campionato italiano scendono in campo col lutto al braccio. Come Boskov in panchina.

Poi viene colpito anche un treno passeggeri vicino Nis, la città di Pixie: ancora morti . “Non giocherò mai più in una squadra europea o in paesi della Nato”. Pixie ha capito che il legame tra calcio e politica c’è . E che lui può fare qualcosa. Poco forse, ma è comunque qualcosa . Il calcio, che gli sembrava così avulso dal resto del mondo, ha una grande forza che riesce anche ad unire .
Quando Pixie torna in campo, aspetta solo il gol . Poi tira su la maglia: sotto c’è l’altra e dice “NATO STOP STRIKE”.

a cura di Ernesto Consolo

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