Una sera di maggio al cospetto della Juve di le roi Michel Platini. E’ un quarto di finale di Coppa Italia, apparentemente senza speranze. E il Cagliari è sotto 2-1. Luigi Piras è seduto in panchina : “Volevo giocare dall’inizio. Ci tenevo troppo. E non so nemmeno io il perché. Pensavo anche di meritarlo. Forse un presentimento. Ma Giagnoni mi aveva messo in panchina . Poi nella ripresa mi dice di alzarmi”.

Gigi Piras ci pensa un po’ e si alza davvero. Poi avverte un boato sulla sua sinistra. E’ il trentottesimo del secondo tempo quando scatta su una palla profonda. Dovrebbe marcarlo Brio, ma è sorpreso. E lui incrocia da centravanti di razza. Tacconi raccoglie. Lui corre, braccia al cielo . Taglia in mezzo ai cartelloni pubblicitari e vola. Lì, verso la curva. Perché quella sera di giorno feriale a vedere i ragazzi del Cagliari, ultimi in serie B e da mesi senza stipendio, sono arrivati sardi da tutto il Nord.

“E’ stato quel boato a ricaricarmi”. Il Cagliari pareggia e si qualifica. In tribuna a vederlo c’è l’altro Gigi. Nel senso di Riva . Che piange di gioia.

Al turno successivo c’è il Napoli di Maradona: “Con l’incasso di quella partita abbiamo salvato il Cagliari dal fallimento”.

E può dire che lì è finita . Anche se si sgranchisce al La Palma rimanendo in zona. Dove tutto è cominciato.

“Mio padre giocava col 4-2-4. Ha fatto prima quattro maschi, poi due femmine e di nuovo quattro maschi”. Gigi Piras è il primo di dieci figli. Suo papà è falegname : “Avevo quindici anni. Mio padre mi aveva messo in punizione. E avrei dovuto saltare la partita tra la mia squadra e il Pirri . Dovettero prelevarmi i dirigenti . Arrivai alla partita in ritardo e un compagno dovette uscire per farmi posto. Andò bene: 7-1 per noi con sette gol miei”.

Gigi porta un compagno a casa a cena e si festeggia. Finchè non interviene il papà : ‘Ma cosa festeggi se ne hai sbagliato uno all’ultimo minuto che segnavo anch’io bendato?’. Davanti a un compagno di squadra l’offesa è ancor più grave : “Se sono così forte , lo devo a mio padre”.

Non può non finire al Cagliari. Ci crede Mario Tiddia. Anche se c’è un problema: Gigi è astigmatico e gli servono le lenti dure. Il Cagliari lo spedisce dai migliori dottori e a diciannove anni è pronto per la serie A: “Nella lista dell’arbitro si andava solo in quattordici. Ma vivevo lo spogliatoio, anche quando andavo in tribuna”.

Un giorno Gigi Piras entra al quarantunesimo al posto dell’infortunato Nenè . Cagliari e Fiorentina sono sullo 0-0 con Superchi che para tutto. C’è un corner: batte Brugnera e la difesa della Fiorentina ha l’istinto infallibile di andare in massa su Gigi Riva . Palla che resta lì per il debuttante, quello col numero 14. E’ il gol della vittoria. Quando l’arbitro Lazzaroni di Milano fischia la fine, Gigi Piras si avvia lentamente verso l’uscita. Poi sembra esitare. Viene circondato dai bambini. Passa il signor Albertosi e lo prende sotto braccio. A un tratto Gigi torna indietro , entra nell’ area di rigore e s’ inginocchia. Non è la reazione esagerata, il ringraziamento a metà tra sacro e profano: ha solo perso la lente a contatto destra.

“Erano lenti un po’ antiquate . Non riuscivo a fissarle bene, le smarrivo facilmente”. E la grande stampa finisce col parlare solo del gol con quell’occhio semichiuso e dell’eredità dell’altro Gigi : “Non mi illudo davvero di poter ripetere la sua carriera”. Il piccolo Gigi pensa a tutt’altro. A migliorare . Fa un salto in Svizzera per le lenti nuove. Al ritorno gli bastano sette minuti per fare doppietta alla Vis Pesaro in amichevole.

“L’anno dopo viene esonerato Chiappella che aveva dato spazio a giovani come me, Valeri, Virdis, Copparoni. Tutti sardi. E’ arrivato Radice, ma giovani ne faceva giocare il meno possibile . Eppure la nostra squadra Primavera in quegli anni era una fonte inesauribile. E l’anno dopo in una partita eravamo addirittura sei sardi”. Non gli può bastare il calcio ovviamente. E gli amici lo spingono a candidarsi alle comunali . Ma non ha bisogno della tessera di partito e si presenta come indipendente nelle liste della Democrazia Cristiana : “Con la politica puoi fare qualcosa per il tuo paese . Presi centosessantuno voti, sessanta in meno del necessario per essere eletto”. Poco importa. E poi è diventato papà.

Al Cagliari senza Moratti e Rovelli sono finiti i soldi, ma è già ricostruzione : “Capitava in campo di venire insultati: pecorai o terroni ovviamente. Magari ci scappava una gomitata e tutto finiva lì. Ma quando parlavi con un emigrato sardo ti diceva : Vincete che domani in fabbrica possiamo cantargliele “. Domenica 28 marzo 1976 arriva al Sant’Elia la Sampdoria.

Il Cagliari è ultimo in classifica ma imperversa : dodici palle gol. E nel tabellino dei marcatori Gigi Piras fa la sua comparsa per ben tre volte. Poi travolge tutti e regala anche l’assist per il gol di Virdis : “Non scommetterei cento lire sulla salvezza, ma i cinque gol a qualcosa sono serviti: il pubblico è tornato vicino alla squadra. Il Sant’Elia sembrava il Maracanà. Per uno che è nato qui, è tutto diverso. Può arrivare un calciatore e stare vent’anni in Sardegna , non sarà mai lo stesso. Non è facile nemmeno spiegarlo. Vivi le partite, sei quasi agitato, soffri. Anche quando non giochi”.

Poi un altro gol alla Lazio . Ed è già in media. Perché è centravanti potente e imprevedibile . Si avvita, graffia e si ritrae. Splendido nel difendere la palla, predilige il destro ma è spesso letale anche lassù, dove l’aria è rarefatta e tuona la contraerea nemica : “Avevo il senso del tempo, una dote che non s’insegna, nè si può allenare. Arrivi sulla palla perché vedi qualcosa prima di un altro”.

La coppia con il signor Virdis è potenzialmente esplosiva. Anche nell’Under ‘23: “Lui è un sassarese, io cagliaritano ma non c’era nessuna rivalità . Eravamo cresciuti insieme. Parlavamo in sardo e gli avversari s’innervosivano. Sul corner , uno tra me , lui e  Valeri a turno faceva blocco per fare entrare gli altri. E poi con gli assist di Brugnera ci divertivamo davvero”.

Destinazione serie A. “La prima la perdiamo per una partita decisa a tavolino. Per un’arancia che colpisce Cannito del Lecce. Agli spareggi ci siamo ritrovati a Terni contro il Pescara e a Genova contro l’Atalanta. I nostri tifosi erano sempre in minoranza. Si è anche infortunato Corti. Ma non avevamo niente meno delle altre due”.

Bisogna aspettare due anni . E quella domenica a Varese.

Si gioca praticamente in casa perchè ci sono cinquemila sardi : il portiere Fabris esce, ma non la trova . Gigi Piras è lì a fiutare il vento. “Con Casagrande e Quagliozzi a spingere, con Longobucco a sinistra, era nata la squadra che nessun sardo dimenticherà “. Solida, compatta, di quelle che non vorresti mai incontrare. In casa con la Sampdoria in cinquantamila: è serie A .

Poi li trovi terzi a metà campionato davanti a Juve e Torino : “Era un momento in cui ci andava tutto bene. Ufficialmente l’obiettivo rimaneva la salvezza, ma con due-tre innesti avremmo potuto vincere lo Scudetto”.

Un giorno sono tutti al ristorante a festeggiare . Ma il centravanti Franco Selvaggi viene accusato di furto: Gigi e soci gli avevano nascosto tutta la posateria nelle tasche del cappotto. “Con quello scherzo io e Roberto Canestrari ci siamo davvero superati”. Selvaggi s’infuria, ma una squadra vera si crea anche così. Al Sant’Elia senza paura contro l’Inter capolista, è 1-1. Stavolta Selvaggi ringrazia: “Ero piazzato in maniera stupenda e sul cross dalla destra , ho urlato a Piras di far proseguire. Piras ha capito. Ha fintato da dio e io ho non ho avuto difficoltà ad andare a rete”.

Per tre anni vince la politica dei piccoli passi. A San Siro stavolta l’Inter viene devastata: prima gran destro di Gigi Piras appena dentro l’area. Poi scatena il panico e regala a Quagliozzi la palla del raddoppio. Chiude il pomeriggio con progressione e girata nell’angolino: Inter-Cagliari 1-3. “Ho avuto anche un po’ di fortuna e quasi mi dispiace perché sono sempre stato un po’ tifoso dell’Inter: mio nonno , mio padre e i miei zii all’inizio adoravano Valentino Mazzola .

Poi erano passati al figlio. L’Inter mi è sembrata lenta, molle e non è stato difficile per noi. A centrocampo erano prevedibili e dissennati nelle retrovie.  Dovrebbero tenere qualcuno a marcare . Mi hanno messo addosso Bergomi, che è un buon giocatore ma non mi sembra a suo agio al centro della difesa. Non è uno stopper”. Mentre gli stranieri invadono il calcio italico, la Sardegna ha occhi solo per Gigi Piras in testa alla classifica cannonieri.

E i grandi stadi lo caricano: castiga Zoff , all’Olimpico , a Firenze contro la prima in classifica . Tutto è pronto per il grande salto. Lo vuole la Roma di Liedholm. Poi quell’estate il destino lo mette con le spalle al muro: “Era l’ultima settimana di luglio. In ritiro con la squadra a Norcia mi danno la notizia: mia figlia aveva la leucemia”.

“Me ne andai. C’erano da fare tutti i controlli, le analisi. Lei era all’ospedale Gaslini di Genova. E decidemmo di prendere un appartamento a Bogliasco per starle vicino”. Gigi deve raccogliere le energie per incanalarle in quella direzione. Poi capisce che non è possibile. Non c’è una tecnica mentale per queste situazioni. Tua figlia chiede di essere rassicurata, ma sei tu che cerchi disperatamente qualcuno o qualcosa che ti rassicuri.

Torna dopo quindici giorni e nel calcio non sembra cambiato nulla. Apparentemente tutto in ordine. Gli allenamenti, le partite, lo spogliatoio. Anche se davanti alla schedina alla voce “Cagliari” non ci si chiede più: Gioca Piras? Adesso si usa dire : Gioca Uribe? E Victorino? .

In campo Gigi non pensa solo a giocare. Potrebbe sembrare una forma di lotta , di resistenza: “Era diventato uno sfogo. Stare coi compagni e allenarmi mi ha fatto bene. Senza il calcio in quel momento, chissà cosa avrei combinato”. Perchè giocare è l’unica cosa che riesce a fare bene quando non è con lei.

A settembre certa stampa dice che Gigi non è ancora entrato in forma. Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere. Lui non parla e risponde alla sua maniera. Un giorno in Coppa Italia c’è un rigore e Giagnoni decide che deve tirare Victorino .

E lo spadella. Da quel momento non li tirerà più: ci pensa il capitano Gigi Piras.

Lui inizia a segnare col Benevento. Continua in Campionato alla Roma , incornata sotto l’incrocio. Ma questi gol per lui sono diversi: corre e stringe il pugno. Poi stringe più forte. Come fosse la prima volta. Il pensiero è inevitabile, è per lei.

E tutte le domeniche, dopo la partita, scappa a Genova a trovarla.

La salvezza è a un passo, ma l’ambiente è saturo di polemiche : “Abbiamo pareggiato in casa col Cesena che era già retrocesso. Segno ancora contro la Juve , ma veniamo rimontati. Pensavamo di essere già salvi. E il morale per un calciatore è tutto”.

Aveva provato addirittura a mettere pace tra Giagnoni e Uribe, offrendo quello che non ti aspetti : “A Pisa mi dico disposto anche ad andare in panchina pur di far giocare il peruviano. Perché ho sempre cercato di pensare prima alla squadra e poi a me stesso. Ma Giagnoni mi risponde bruscamente: ‘Le scelte tecniche sono di mia competenza’ . Per un sardo come me è stato difficile mandarla giù “ .

Partita della vita ad Ascoli, anche se basta un punto: “Siamo arrivati senza testa. E poi ci mancavano Bogoni e Pileggi. Tutti volevano questa retrocessione, anche i giornalisti”. C’è l’offerta del Napoli . Vorrebbe dire rimanere in serie A : “Non potevo. Ne parlai al presidente: ‘Mia figlia è a Genova, l’altro figlio piccolo è a Cagliari. Cosa vado a fare a Napoli ?” .

Ci prova la Sampdoria . Si può fare. E poi si allena da loro quando va dalla bambina .

Niente. Gigi decide di rimanere a Cagliari. Perché incarna più che lo spirito di una squadra. Quello di un’Isola, di un popolo intero. Accumulando record e custodendo gelosamente l’ amore tormentato per quella maglia. La bambina intanto è guarita. Nel 1985 ha dieci anni: “Avevo un contratto triennale col Cagliari, poi misteriosamente diventato biennale. Quella sera eravamo a cena per l’anniversario di matrimonio. Mi telefona un giornalista e mi dice che sono stato ceduto al Genoa. Era l’ultimo giorno di mercato. Significava far tornare mia figlia in quella città . E lei piange disperata. Non sapevo cosa dirle. Ma alla fine ho negoziato queste condizioni : ‘Vorrà dire che papà non ti comprerà un vestito, ma dieci’ “.

Gigi parte per incontrare Sandro Mazzola e il presidente Spinelli . Le trattative vanno per lunghe. Prima dello sfinimento, si interrompono le relazioni diplomatiche . Se ne torna in Sardegna : “Avrei guadagnato di più, ma alla fine preferisco che sia andata così”.

Per l’allenatore Ulivieri e il presidente Moi , Gigi Piras è un giocatore finito. Stavolta se lo perde il “Boccali”, l’almanacco del calcio italiano. Colpa del menisco.

Solo sedici punti in ventidue partite . Una squadra quasi retrocessa. Chiamano Gustavo Giagnoni che firma in bianco e a una sola condizione: “Che mi dessero Piras. Un sardo come me. L’uomo in grado di aiutarmi a creare con la squadra un certo tipo di rapporto. Piras ha sfatato la maledizione dei rigori e poi ha dato peso ed esperienza all’attacco”.

Si vince a Trieste. Poi a San Benedetto, il Cagliari resiste in dieci. E’ il pareggio della svolta. In casa fanno sei vittorie su sei. E nessun gol subito. Gigi Piras ne ha segnati sette in dodici partite: “Per otto mesi mi sono allenato con squadre di Promozione, coi ragazzi di Nenè e Reginato . E con Murru, preparatore atletico della nazionale di atletica, che mi sottoponeva a tre sedute al giorno , una delle quali in piscina. Ma se non fosse arrivato Giagnoni, tutto sarebbe stato inutile. Il mister ha galvanizzato l’ambiente , schierato meglio la squadra in campo e reinventato un goleador. Strano il calcio: adesso tutti dicono ‘però quel Piras, sembrava finito “.

Col Vicenza è decisiva . Serve la settima consecutiva. Alla mezz’ora Montesano la centra bassa per lui che brucia tutti. Sette minuti dopo prende un palo. Nella ripresa un altro. Il Cagliari rimane in serie B.

Otto gol in quattordici partite.

Alla fine gli mettono davanti un microfono e la telecamera. Gigi vorrebbe parlare. Ma scoppia in lacrime, si scusa e se ne va : “Ho conservato le maglie di tutti gli anni. Ma la maglia di quel giorno l’ho regalata ai miei figli”.

a cura di Ernesto Consolo

 

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