Quando hai passato tanti anni con una persona, la riconosci subito. Anche da lontano. Da un particolare. Nonostante le mutazioni imposte dal tempo, i capelli bianchi. Non accade con tutti, ma accade quella sera a lui nel suo ristorante. A quel tavolo aveva notato gente conosciuta. Non aveva bisogno di accertarsene. E’ la settimana di Ferragosto e il locale è strapieno. A Marco Taffi basta uno sguardo : molla tutto e si avvicina.

Sono otto sagome che corrispondono a sette amici . Più qualcuno che non ha mai visto. Poi parte la solita battutaccia. E’ Roberto Aliboni , anche se lui lo chiama “Alì”. L’ha sempre chiamato Alì fin dalla serie C2 . La frase è pesante. E’ una di quelle che ci si scaglia contro quando se n’è passate tante insieme. Ma seduti ci sono anche Gian Piero Menconi, Paolo Corsi e Gian Marco Remondina con le rispettive mogli.

La faccia nuova è un ragazzo sui trenta. Si chiama Gepy e si presenta così: “Bel ristorante, complimenti. Scorci da film di Woody Allen. Mi ha invitato Aliboni. Anzi Alì. Sono un videomaker e vorrei girare un documentario su Corrado Orrico. Ma è possibile avere il numero di telefono del vostro mister?”.

Marco non è per niente sorpreso dalla richiesta. Non risponde. E’ passata la mezzanotte e si concede una pausa. In fondo la sala è sotto controllo. Può anche sedersi al tavolo con i suoi ospiti. Si ritrova accanto quattro compagni di squadra ed è più facile tornare indietro. E poi Gepy vuole girare già qualcosa. Si accende la videocamera e parla il capitano: “Era il settembre del 1980. Avevo giocato nella Cerretese , allenatore Materazzi. E prima un anno nella Pistoiese con dei grandi : Frustalupi, Rognoni, Saltutti. Mi ero sposato da una settimana, ma ero senza squadra. A casa squilla il telefono. Era Giancarlo Guerra, il vice di Orrico. ‘Il mister vuole parlarti. Vieni domani in sede a Carrara’ “.

Perché al tavolo c’è un convitato di pietra: “Due giorni dopo arrivo a Carrara e incontro l’Omone. Che è uno dei tanti nomignoli affibbiati al mister Orrico. Due sole parole : ‘Hai ancora voglia di sacrificarti e giocare a calcio?’ “.

Appuntamento alle nove l’indomani al centro di allenamento della Carrarese: “Inizia la costruzione della squadra che ancora oggi, dopo trentotto anni, viene portata ad esempio per bel calcio e per i risultati. Una splendida città, un tifo unico, un gruppo di giocatori fantastico in campo e fuori. Allenatore e staff tecnico avanti di dieci anni . L’Omone veniva dall’esperienza in A con l’Udinese . Aveva dato le dimissioni e non ne parlava volentieri. La Carrarese invece aveva rischiato di sparire. E l’Omone si fece comprare dodici giocatori: ‘Con me si riparte da zero’ . Arrivarono Del Nero, Panizza e altri”.

Marco volutamente tralascia Aliboni, Corsi, Menconi e Remondina. Vuole vedere la loro reazione. Un’occhiata e sorride. Gli tocca nominarne uno: “Quando è arrivato Alì, pesava centoventi chili. Il mister gli disse ‘Se non arrivi a novanta , non giochi’. E così è stato ”. Aliboni abbassa gli occhi per un istante: “Guarda che pesavo centocinque. E questa comunque la tagliamo”.

Carrarese

Marco ride: “Non tagliamo niente. Comunque non ho mai più rivisto un portiere così. Perché poi Alì è diventato un fulmine nelle uscite. E fino al limite dell’area. Certamente istruito da lui. Ci stabilimmo a due passi da Carrara. Precisamente a Luni, un paesino. Il primo giorno il centro di allenamento era esattamente così: un campo spelacchiato con un palo della luce in mezzo. Era un passaggio di fili elettrici , non un lampione. E un laghetto immerso nell’erba alta . Tutto chiuso da una rete e da un cancello che non permettevano l’accesso agli estranei . E nemmeno ai tifosi. Poi uno spogliatoio e basta”.

C’era però il fuoco di un’idea: “I ritmi di allenamento erano intensissimi. Lunedì : defatigante. Martedì riposo. Mercoledì mattina e pomeriggio. Giovedì mattina e pomeriggio (non sempre). Venerdì pomeriggio. Sabato mattina. Domenica mattina. E vivevamo l’incubo del peso. Tutti i mercoledì ci aspettava la bilancia e accanto lui . Una volta dopo una sosta, oltre mezza squadra era sovrappeso. E la faccia dell’Omone non prometteva niente di buono. Dopo il solito allenamento pesantissimo, trovammo attaccata al palo della luce la lista di quelli condannati a un supplemento di giri di campo a corsa sostenuta. Qualcuno era fuori di qualche chilo. Qualcuno solo di qualche etto. Alle sette di sera li vedevi girare . Era buio pesto”.

Aliboni si alza : “Prendo una birra. Di quelle che non fanno ingrassare. Voi continuate. Perché non racconti del rigore che ho parato a Zanotti ? Zanotti, quello del Forlì “. “Dai Marco, racconta”. “Dopo un mese il mister aveva costruito un centro di allenamento a sua immagine e somiglianza. Campo di calcio, campo di basket e campo di calcio-tennis: perché provavamo gli schemi e il pressing giocando anche a pallacanestro. Poi la sua gabbia: il campo di gioco ridotto, direi meno di cinquanta per venti, completamente chiuso da un muro e sopra da una rete”.

La gabbia permette di dividere la squadra in reparti sia in orizzontale che in verticale. E studiare gli schemi per quel dato settore. Il calciatore è costretto a migliorare tecnicamente, un po’ come se giocasse contro il muro. Qualche anno prima, su una spiaggia di Livorno , l’Omone aveva visto dei ragazzini che giocavano a calcio dentro una struttura metallica con una rete intorno. Era l’unico modo per non disturbare i bagnanti. Una folgorazione. La prima gabbia l’aveva realizzata a Carrara con dei tubi di ferro e l’aiuto dei tifosi: “Le partitelle erano senza sosta, perché la palla non poteva uscire. Intorno al laghetto aveva fatto costruire una pista sterrata con saliscendi. Da percorrere a gran ritmo una volta a settimana. E nello spogliatoio c’era la sauna . Accanto, l’Omone aveva il suo ufficio”.

Qualcosa non quadra: “Dimenticavo: aveva fatto togliere il palo della luce”.

Poi Marco si blocca . E’ arrivata Marina e si avvicina al tavolo. Lo bacia. Anche se non siede accanto a lui. Si accomoda tra Menconi e la moglie. In pochi secondi Marina capisce che si parla di calcio. L’ha capito anche dalla videocamera. Guarda dritto e sorride: “Io sono nata durante Fano – Carrarese 1-1. E ovviamente quel giorno mio padre ha dovuto giocare”. Marco deve intervenire: “Però nell’intervallo ho chiesto il permesso e sono riuscito a telefonare dallo spogliatoio”.

La presenza di Marina ha definitivamente placato Aliboni, che non parla addirittura da quasi tre minuti e mezzo: “Nei momenti di pausa di solito noi giocavamo a carte. E l’Omone stava quasi sempre con noi. Gli piaceva parlare di tutto. Di letteratura per esempio. Era capace di leggere un libro al giorno. E si accompagnava sempre col Sole 24 ore. Lui è un autodidatta, orientato fortemente a sinistra.  Aveva partecipato a manifestazioni, di quelle con cariche della polizia. Anche per la politica ha litigato con Prisco e se n’è andato dall’Inter. Rimettendoci centinaia di milioni . Mi aveva appena chiamato per fargli da secondo”.

Aliboni bersaglia la telecamera con palline di mollica. Ci pensa Remondina, fulminandolo con lo sguardo. Marco continua, come se nulla fosse: “E anche il ritiro estivo era diverso . Nessun albergo confortevole. C’era il fatidico Pasquillo. Che era la cima di un monte. Credo fosse alto quattro-cinquecento metri.  E dominato da una sorta di convento. Non so bene cosa fosse. Ma dormivamo in quattro in una stanza. Il programma della giornata era: sveglia presto e colazione. Poi allenamento organico, come lo definiva lui: pista circolare ricavata da un sentiero nel bosco . E giravamo. Lui urlava, noi giravamo. E pretendeva il massimo dello sforzo. Le famose serie: milleduecento-seicento-duecento-duecento-seicento-milledue. Salire e scendere. E poi diminuire la distanza e aumentare la velocità. Dopo pranzo , riposavamo fino alle quattro. Poi scendevamo in pianura coi pullmini e allenamento tecnico-tattico. Quindi cena al Pasquillo e due passi. Davvero due. Ci infilavamo a letto, perché eravamo tutti ben cotti”.

Tutto questo fino al 14 agosto, giorno di fine ritiro. E la Carrarese iniziava per prima tra le squadre della categoria: “L’Omone non parlava molto prima delle partite. Diceva solo che dovevamo essere ‘pronti’. D’altronde ci aveva istruiti bene durante la settimana”.

I sabati pre-partita rischiano di essere prevedibili come un breviario liturgico: “Di solito le squadre il sabato vanno in ritiro. Il novantanove per cento nel pomeriggio va al cinema oppure si va a vedere una partita di calcio giovanile. Beh, noi della Carrarese facevamo parte dell’uno per cento che andava da tutt’altra parte. Fin dal primo sabato ci ha portato a vedere i castelli antichi della zona di Carrara , di La Spezia. E anche in trasferta”.

Altra scelta azzardata: “ All’inizio a qualcuno scappò ’Che palle’ …. Poi però siamo stati noi stessi a chiederlo. Quel sabato di cultura ci piaceva assai. E lui era felice. Ci ha portato tante volte a vedere gli Uffizi. E musei, mostre di pittura”.

C’era Chiodini dietro e in mezzo Angelo Cupini, che era nato proprio a Luni. Poi l’Omone fece di tutto per prendere Luigi Zerbio : “Di testa imbattibile. Aveva fatto una barca di gol con l’Alessandria. E con noi ne segnò di più. Non c’era nulla lasciato al caso. E dopo poche partite del girone di ritorno, avevamo praticamente vinto il campionato di C2”.

Aliboni, Bobbiesi, Rossi, Savino , Panizza, Taffi, Remondina, Lombardi, Bressani, Menconi, Del Nero. All’inizio del campionato fuori dai radar per la promozione in B: “Le favorite erano la Triestina con De Falco, il Padova e il Vicenza con uno che si chiama Bigon. In estate l’Omone mi provò difensore centrale in un’amichevole col Genoa. Giocai alla grande, pareggiammo. Alla fine non parlò, ma mi fece capire che gli ero piaciuto. Poi, non so perché, mi spostò a sinistra e mi diede il 6. I centrali divennero Panizza e Bobbiesi. Ma credo che l’Omone giocasse anche coi numeri di maglia. Per confondere l’avversario”.

In quei cinque anni di Carrara, Marco ha saltato tre sole partite: “Una domenica avevo la febbre a trentanove, ma l’Omone piombò a casa mia ‘ Cazzo fai ? Andiamo’. Ma poi si rassegnò.  Noi pensavamo di potercela giocare contro chiunque. Questa era la nostra mentalità . E pressing, fuorigioco, sovrapposizioni. Lele Savino spingeva a destra come un ossesso. Remondina e Menconi a fare diga. Li attaccavamo alti e ci consegnavano quasi sempre la palla. Là davanti si ruotava con Chicco Lombardi, Bressani e Del Nero. Ma spesso giocava dall’inizio Di Carlo, senza punti di riferimento anche lui. Sembravamo la Juve di adesso col 4-2-3-1. E Bosco era il nostro jolly.

A Trieste abbiamo dato spettacolo. Poi a febbraio tre gol al Parma: ne segna due Di Carlo , chiude Del Nero. All’epoca nel Parma giocava gente come Salsano, Barbuti, Fausto Pari . E Stefano Pioli in difesa. Poi c’era Mariani, il numero 7. Era il mio dirimpettaio di fascia. E un giorno ha confessato che prima della partita contro di noi non riusciva a dormire : ‘C’è quel rompicoglioni di Marco Taffi che attacca in continuazione’ “.

Arrivando in fondo sia in Campionato che in Coppa Italia avviene la sublimazione: “S’incrocia anche il Rimini, allenatore Arrigo Sacchi. Ma non erano di solito partite memorabili. Mi sembra di ricordare pareggi e zero a zero. Due squadre disposte a specchio e ritmi forsennati, sicchè …… ”. Contro il Padova è lo scontro diretto. In novemila allo stadio dei Marmi. La Carrarese segna con Bressani, destro incrociato nell’angolino . Palla al centro e si continua ad attaccare. Il Padova  vede l’area avversaria solo a due minuti dalla fine.

Neanche una fervida immaginazione poteva partorire una Carrarese che gira a ventitrè punti. Solo otto gol presi : “L’Omone ci portava in ritiro la domenica sera, non il sabato prima della gara. Col tempo ci è stato spiegato il motivo: dopo lo sforzo fisico l’organo da preservare è il fegato. Quindi formaggi magri e verdure. Solo dieci anni dopo è diventato linguaggio comune. E poi lui millantava di avere i piedi buoni . Il venerdì metteva su una squadra da calcetto sfidando tutti. C’erano anche scommesse pesanti. Ma beccava la squadra mia con Menconi, Del Nero, Corsi e altri. Perdeva nove volte su dieci”.

Fino al 15 maggio 1983 col Brescia . Ma l’antico vizio italico del processo alle intenzioni ha provato a trasfigurare anche il ricordo di quel giorno. Se ne parlò dopo a lungo: “Fu la fine di un sogno. Siamo entrati in campo scarichi dopo la partita che ci avevano letteralmente rubato a Padova. Un rigore contro per un fallo due metri fuori area. Erano molto frequenti questi episodi. D’altronde noi avevamo rotto le scatole a tutti e abbiamo pagato. Ovviamente col Brescia non ci fu nessuna combine. In realtà di più non potevamo fare”.

E’ molto tardi e il locale si va svuotando. Adesso Marco può quasi sussurrare: “Se ti beccava fuori alle dieci e trentacinque, ti faceva la multa. L’abbiamo quasi odiato . Ce l’avevamo con lui perché ci tormentava, ci chiedeva sempre di più. Per la sua pazienza, la sua tenacia e la pedanteria. Ma è stato proprio il risentimento nei suoi confronti a rafforzare il gruppo. E lui lo sapeva. Noi no. Non era più soltanto il nostro allenatore: era diventato la nostra coscienza. Anche se l’abbiamo capito con trentacinque anni di ritardo . Adesso posso dire che quella disciplina , quei valori, la voglia di vincere e lo spirito di sacrificio ci hanno permesso non solo grandi risultati in campo, ma hanno creato un’unità d’intenti che non ho più ritrovato in nessun’altra squadra.

La grande gioia è stata la vittoria della Coppa Italia. Ma stavamo per vincerne un’altra: ha rovinato tutto un guasto all’impianto elettrico dello stadio”. “Marco, e quando l’Omone è andato via?” “Sì, non ricordo se l’abbiano mandato o se ne sia andato lui. Stagione ’85 – ’86 , ne sono certo . Al suo posto chiamarono Benetti : primo allenamento e ordina dieci serie da cento metri. Ma dopo la prima rimase sorpreso: ‘Andate piano, andate piano’ . In realtà dopo quegli anni con l’Omone ci si poteva allenare anche da soli”.

a cura di Ernesto Consolo

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