Pienone, un biglietto costa seicento dollari. Bagarini scatenati. Ci sarà anche Madonna . E forse il presidente Clinton. Sua figlia Chelsea sta cercando di fargli assimilare tutte le regole del soccer. Poi risultati , schemi di gioco. E i nomi dei protagonisti . Soprattutto del suo idolo: ‘Alexi’ Lalas. Anche per lui il 4 luglio sarà memorabile. Lui è lì , in riga : “L’inno nazionale del mio Paese è stupendo. Ha grandi significati. Ogni volta che lo canto, provo un tuffo al cuore. E’ la partita della storia”. Alexi passa il giorno dell’Indipendenza provando a fermare Romario e Bebeto.  E quasi ci riesce.

Non ha nemmeno il tempo di fare le valigie che si ritrova tampinato dagli emissari del Coventry. Poi è il Bochum che annuncia di averlo preso. Alla fine tocca al neopromosso Padova provare a sdoganarlo nel calcio vero.

La presentazione avviene allo storico Caffè Pedrocchi. La firma non c’è ancora, ma sembra una formalità. Settecento tifosi lo aspettano. Il Sindaco ha pronti i regali. Ma Alexi sembra mettere le distanze, quasi scontroso. Poi arriva il momento della foto con la sciarpa del Padova e lui rifiuta : “Porta sfortuna. Ora tornerò negli States e prenderò una decisione“ . Perchè non lo convince la formula: prestito e ingaggio interamente a carico dagli sponsor. E Alexi non ha nessuna voglia di girare per supermercati vestito da calciatore-sandwich . Il Padova quasi perde la pazienza e gli impone l’ultimatum alla mezzanotte del 27 luglio 1994.

E precisamente alle ore 17 di quel giorno, cioè sette ore prima della scadenza, c’è la firma. E’ un figlio di immigrati greci. Ha trascorso la sua infanzia ad Atene al traino del padre ingegnere. E non sognava di fare il calciatore : “Al volante dell’autobus che mi portava a scuola c’era un signore con barba e baffi. Gli sedevo accanto e lui mi parlava come un filosofo. Ecco: un omone con la barba lunghissima che filosofeggiava. Volevo diventare un autista di autobus”.

Poi s’innamora dell’hockey su ghiaccio: “E’ un gioco molto spettacolare, come il soccer. Da bambino non potevo guardare il calcio alla tv semplicemente perché non lo trasmettevano. A Detroit fa freddo e gli eroi sono quelli dei Red Wings, perché l’hockey ghiaccio è il sogno di tutti. Poi sono andato al college nel New Jersey e lì nel programma della scuola c’era il soccer”.

Fisico da ufficiale dei Marines, tecnica meno rassicurante: “Dicevano che non sarei mai arrivato in prima squadra. Lì vinsi la prima sfida. Poi ecco l’università. Dopo il primo trimestre mi dicono: ‘vuoi andare alle Olimpiadi di Barcellona?’ Chi avrebbe rifiutato? ”.

Entra con gli anfibi e il passo leggero nella frenetica routine del calcio italico. Nessuna paura del ritiro col Padova: “Con Milutinovic ho fatto più di un anno e mezzo a Mission Viejo, California. E’ stata dura, non la ripeterei. Mi ha fatto anche tagliare i capelli. Ma la barba no, quella rimane. Ce l’ho dai tempi dal liceo”. Alexi si concede pochi alcolici. Continua a ripetere ‘Only water, only water’. Conosce pochissime parole d’italiano: “Io, tu , noi, lei”. Ma capisce abbastanza per rimanere a bocca aperta davanti ai discorsi da calcio d’agosto. Sfoglia il giornale e vede un gran titolo : è dedicato a lui . Un’occhiata e lo chiude : “Bella cosa i tifosi, adesso. Ma se gioco male, arrivano i pomodori”.

Qualcuno storce la bocca. Non serve un difensore yankee all’università italica del calcio: “In America non c’erano contratti . Il professionismo era una cosa talmente irreale da non pensarci neppure . Lì ancora non hanno dato nemmeno i nomi alle cose del calcio. Per chi fa il calciatore è dura. Un giorno hai un lavoro e il giorno dopo non ce l’hai. E non perché cali di forma. Semplicemente perché la tua squadra non esiste più”.

Lui, nel dubbio, si è portato dieci chitarre: “Mi piace suonare e cantare. Rendo di più con la chitarra in mano che con il pallone nei piedi. E ho fatto gli ultimi cinque anni della mia vita girando il mondo. Senza una casa. Nell’estate del ‘90 ho fatto un viaggio in Europa con alcuni amici di Detroit : Spagna, Italia e Francia. A Firenze ho visto la partita degli Stati Uniti contro l’Austria. Era l’ultima del nostro mondiale . Avevo la faccia dipinta di blu, bianco e rosso. Che giornate: belle ragazze, partite di calcio , città meravigliose. Quella era vita “.

Dopo sole quarantottore in ritiro, Alexi finisce in un ristorante di Rio di Pusteria. C’è tutta la squadra, dirigenti, mister. Dal palco un complesso locale interrompe l’esibizione e lo chiama. Gli danno una chitarra acustica. Lui inizia a improvvisare su una base di blues e strappa applausi a scena aperta.

In allenamento urla un misto di spagnolo, inglese e italiano. E’ il leader che serve al Padova. Sandreani entusiasta: “Alexi è semplice e dominante. Ha una capacità istintiva nell’organizzazione della difesa. Non sbaglia mai posizione e ha un gioco pulito con entrambi i piedi”. Imbattibile sulle palle alte, felice negli sganciamenti. Dove può liberarsi dal copione. Gli manca però qualcosa. Perché per natura non concepisce il fallo tattico. Il contatto duro con l’avversario . Così ogni tanto va dal mister e chiede ‘Perché devo picchiarlo?’

Per il momento nessuno si lamenta del dolce frastuono che proviene da quella villetta di Abano Terme. Maglietta da mare, pantaloni di cotone un paio di misure in più e codino tenuto da un filo color rosa. Esce sempre e va a Padova. Lì Alexi non passa certo inosservato. In mano un piccolo vocabolario. Poi inizia a tirar su e giù la maglietta per il caldo e si accarezza quel pizzetto che sembra un fregio antico . Vuole fare un tour nei ristoranti della zona: “Anche se a tavola quando squilla un cellulare, tutti si alzano a prendere il proprio. E ce l’hanno tutti. Uno status symbol che non capisco. La mia vita negli ultimi tempi è cambiata. Così velocemente che non sono ancora riuscito a rendermene conto. Qui mi riconoscono , mi fermano, mi salutano. E’ una strana sensazione. Ma io penso di poter tenere tutto sotto controllo . E l’importante è quello che faccio in campo, non fuori”.

Dieci gol presi (a zero) in tre partite : “E’ difficile, tremendamente difficile. Siamo ultimi in classifica , ma tempo per recuperare ce n’è. Bisogna solo capire dove si è sbagliato. Giochiamo bene per sessanta minuti, ma in Italia non basta. L’importante è avere la coscienza a posto. E la notte dormo tranquillo, perché so di aver dato tutto in campo. Il calcio per me è soprattutto un divertimento. Se perdo una volta, non tiro la corda al collo. E soltanto voi della stampa date importanza a una partita di calcio. Guai a farsi il sangue cattivo. Ti complica soltanto la vita. Adesso vado a cantare. I miei compagni vanno al ristorante o a fare l’amore. Io preferisco suonare”.

L’indomani il primo gol ufficiale del Padova è suo. Già che c’è, lo segna all’Inter , stadio San Siro. Telefona di notte ai suoi parenti negli States per raccontarlo: “Adesso siamo il Padova. Eppure quando a fine partita grandi campioni, che ho visto solo alla tv, vengono a stringermi la mano, mi chiedono lo scambio della maglia e mi chiedono ‘Come va Lalas?’,  io rido e penso ‘Mamma mia, guarda un po’ cosa sto facendo . E dove sono finito’. Questo mi emoziona ed è molto bello”. Lo invitano alla Domenica Sportiva. Si porta la chitarra.

Il secondo gol tre settimane dopo, in faccia a Paolo Maldini: Padova-Milan 2-0. Sfiora anche il 3-0 con un fendente di sinistro dal limite. Capello alla fine è imbufalito. Lui gli stringe la mano e se ne va: “Sono fiero e orgoglioso di essere padovano. I tifosi cantano così vero ? Ho contribuito a battere il grande Milan, la squadra più forte del mondo. Certo, è il momento più importante della mia carriera. Sono un piccolo calciatore, nato dal nulla. Se non ci fosse stato un Mondiale, sarei ancora in America. Perché prima non esistevo. Per dimostrare che sono un calciatore vero ho dovuto lavorare molto. Sudare, battermi e sbattermi”.

Anche se qualcuno ha provato a rovinargli tutto . Era solo un cartellino giallo: “Mi sono arrabbiato con l’arbitro .  Ok, sorry. Non sapevo di questa regola assurda e dopo il gol sono andato a esultare sotto la curva”. Deve anche mandare dei saluti: “Molti nel mio Paese staranno piangendo di rabbia per le loro previsioni non avverate: avevano detto che non ce l’avrei mai fatta”.

Gli arrivano telegrammi di complimenti da New York . Poi dal New Jersey. Lui è in discoteca coi compagni. L’indomani scompare: gira Venezia tutto il giorno con la fidanzata. Curiosamente quando Alexi manca, si prendono tre gol in quaranta minuti dalla penultima in classifica. E’ lui che allunga e accorcia la squadra. L’asse su cui ruota la difesa. Tra un allenamento e l’altro suona . E il suo pubblico cresce: adesso c’è anche l’olandese Kreek , il Padova ingrana.

Nel primo campionato con la vittoria da tre punti, non pareggia quasi mai : “Gli americani pensano sempre a vincere. Questo ho cercato di trasmettere ai compagni e loro mi hanno insegnato altre cose . Noi americani siamo il prodotto di una cultura moderna, supertecnologica. Siamo più avanti di voi, ma ci siamo dimenticati il piacere e il significato della parola, il gusto del dialogo. In Italia invece siete straordinariamente loquaci. Alla tv seguo trasmissioni di parola che durano ore. In America le cancellerebbero dopo un minuto. E’ superato, preistoria”.

Il presidente Giordani ci tiene a giacca e cravatta negli uffici stampa e in tv. Ad Alexi tocca la multa. Arriva intanto la sua band per le serate: tre voci e tre chitarre acustiche. Sono “The Gypsies” , gli zingari : “Suono e suonerò sempre. Mi piace il rock classico, anche semplice e melodico. E per giudicare una canzone, leggo il testo . Qui tutti mi rompono i coglioni . Lo trovano strano. Ma io la musica ce l’ho dentro e nessuno me la può togliere”. Vince i tre duelli rusticani con Skuhravy. Ancora un raid e gol al Torino. Poi un lancio splendido per Vlaovic e il Padova fa il colpo a Bari. E anche contro la Juve , quella di Baggio e Del Piero.

Alexi ha fatto la cosa più rivoluzionaria. E non è salvare il Padova. E’ qualcosa di pacifico, ma dagli effetti potenzialmente devastanti: è rimasto se stesso . “Non credo che il calcio possa provocare stress. La pressione la può sentire una mamma che non sa come dare da mangiare a suo figlio. Oppure un uomo che non trova lavoro . Questo non vuol dire che io non prenda il calcio sul serio. Ma trovo assurdo che un calciatore non possa esprimersi liberamente in ogni momento della sua attività”.

Ce n’è abbastanza per scuotere la bestia insapore, inodore e carnivora che è ormai il calcio nostrano. E infatti non succede niente: “In Italia pensate al calciatore come calciatore e basta. E i calciatori li vedo troppo stressati, ingessati. Intenti a fingere . Hanno semplicemente paura di mostrarsi diversi da come la stampa e i tifosi li vogliono. E la colpa non è loro . Voi dei giornali avete creato un mondo a parte , stabilito dei codici di comportamento. Sempre voi andate in tv a ripetere che nel calcio italiano c’è troppo stress, ci sono troppe pressioni . I calciatori assorbono certi discorsi , si muovono cercando di non trasgredire le regole. Soltanto nello spogliatoio sono diversi, più veri. Vialli è un grande. Fa quello che vuole, dice quello che pensa. Ha carattere”.

Adesso Alexi parla meglio l’italiano. Aspetta , sceglie il termine più adatto. Ma il suo rimane un altro linguaggio: “Noi americani coltiviamo il rapporto uomo – donna paritario nella differenza. I maschi italiani ammettono la differenza, ma su piani diversi perché si considerano di un livello superiore. E la televisione e i giornali non fanno altro che peggiorare le cose . A tutte le ore trasmettono l’elezione di una miss : Universo, Italia, mondo . Tutti modelli sbagliati. Una ragazza italiana di diciotto-venti anni facilmente si orienta in quella direzione: vuole fare la miss. Non aspira ad altro”.

Giurano di averlo visto scappare dal centro sportivo di Bresseo in mutande e scarpini: non sopportava il massaggio . “Il refrain della mia vita è contenuto in una canzone di Aimee Mann: ‘Coming up close / everything sounds like / welcome home / don’t you know / That i can make /  A dream that’s only   / Half awake / Come true ? ‘ . ‘Mentre ci avviciniamo, tutto ha il sapore del bentornato a casa . Non sai che posso fare un sogno che si realizza solo a metà ? ‘ .

Anticipa anche la smobilitazione: “Sto camminando su una strada che mi riporta in America . Non sono felice di partire, ma devo farlo. E poi non riuscivo a capire perché prendevo tanti soldi e la domenica stavo in tribuna. Fra pochi mesi partirà la prima Major League professionistica e io voglio farne parte, perché resto un prodotto di quel calcio. Sarò a casa , libero di suonare, vestirmi come voglio e divertirmi. So di aver avuto una carriera strana, fuori dal comune. Ma non m’interessa”.

a cura di Ernesto Consolo

Le foto sono di “Orrore a 33 giri”. Grazie a Ivan Zazzaroni

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