Quando Alfiero Caposciutti viene convocato nella Nazionale juniores è il portiere di belle speranze. E’ un classe ’41. Con lui Facchetti dell’Inter, Bercellino della Juventus, Rosato del Torino. L’11 febbraio 1960 giocano una partitella in un San Siro innevato. Alfiero Caposciutti viene schierato nella squadra allenatrice. Gli va male: quello dell’Alessandria, un certo Gianni  Rivera, che ha solo sedici anni, gliene fa cinque.

Un mese dopo amichevole di lusso al Santiago Bernabeu di Madrid: venticinquemila persone per le nazionali juniores di Spagna e Italia. Alfiero Caposciutti viene dato per titolare certo. Ma all’ultimo momento in porta va il padovano Bonollo.

Anche nella Fiorentina, Alfiero Caposciutti fa molta anticamera. Lo mandano in prestito in giro per la sua Toscana , sempre serie C. L’ultima è alla Lucchese .

Qui la metamorfosi è già avvenuta. Perchè Alfiero Caposciutti infila quattro palloni dentro in una partitella. Anche se non ci crede neanche lui. E l’esperimento dell’allenatore Zavatti continua: “Confesso che se Zavatti non avesse insistito , ci avrei rinunciato. Dopotutto era un rischio che non potevo correre. Sbagliando, ci avrei rimesso la carriera. Mi vedeva molto bene all’attacco più che in porta“.

Poi Alfiero rientra alla Fiorentina e annuncia con quegli occhi sinceri : “Gioco attaccante”. E’ davvero lì, in mezzo al campo. Sembra uno scherzo, nella partitella in fondo ci sta. E poi Alfiero è uno sempre allegro. Ma viene schierato un’altra volta . E un‘altra. Sembra un atto di presunzione, roba da calcio amatoriale. A bordo campo si ride a crepapelle: Ma che fa quello vestito da centravanti? Ma ‘un s’è mai visto, figurarsi se un portiere può diventare attaccante. Lui ne prenderebbe volentieri qualcuno a calci. Poi gli arriva un pallone buono: Enzo Robotti lo marca e se lo vede sfilare davanti palla al piede: “Tutti a Firenze se la ridevano. Robotti invece aveva intuito che sarei diventato un attaccante”.

Dalla serie C, la Sambenedettese contatta la Fiorentina: ci serve un portiere di riserva. Ma è una bugia, perchè a San Benedetto vogliono un attaccante. Affare comunque fatto, costo soltanto un milione di lire. E mercoledì 4 novembre 1964 in amichevole Alfiero Caposciutti timbra cinque gol in incognito: nessuno ha capito che è lui. Si viene a sapere solo a fine partita.

E’ un prototipo di punta. Figura svettante, ma accreditato di undici secondi sui cento metri . Grazie a quella falcata limpida, se solo gli si lasciano tre metri, lui schizza via.

E vede la porta, anche se adesso dall’altra parte.

(Uno dei due gol segnati al Modena)

Aspetta un’altra settimana. Domenica 15 novembre 1964 c’è il debutto. Anche se per lui è il secondo: per la prima volta in una partita ufficiale in attacco, contro l’Avellino in casa. E lo travolge letteralmente. Salta l’avversario col suo dribbling impetuoso, detta l’assist. E segna con un rasoterra preciso: la Samb vince 2-0. Per la cronaca, gioca col numero 10.

Eppure a Firenze l’avevano detto.

Alfiero Caposciutti si ripete con Casertana e Pescara. Mister Eliani gli ha dato la maglia numero 9. E segna anche il 7 febbraio a Salerno, nella domenica che precede il tanto atteso derby contro la Del Duca Ascoli.

“Conoscevo Roberto Strulli. Dai tempi in cui giocavo a Lucca. Un toscano come me”. Alfiero Caposciutti stavolta ha il numero 7. La Samb gioca meglio, va in vantaggio. Raddoppia dopo poco. Al quarantesimo del primo tempo c’è la palla del 3-0 sul piede di Minto: il tiro è forte e il portiere ascolano Strulli respinge corto. Poi si lancia per recuperare il pallone. C’è lì pronto Alfiero Caposciutti e i due non riescono ad evitare l’impatto.

Alfiero Caposciutti all’ultimo momento si è fermato, ma col ginocchio sinistro ha colpito violentemente Strulli alla mascella. Si avverte lo scricchiolio delle ossa del portiere. Si muove sull’erba. Poi non si muove più. L’arbitro è a un passo. Si porta le mani al volto. Si ferma anche il pallone.

Alfiero Caposciutti è finito a terra. Si rialza subito. Urla “Arbitro, l’ho colpito. L’ho colpito io”. E’ anche il primo a chiamare i sanitari. Anche se adesso non può fare più niente. I calciatori ascolani Adelmo Capelli e Carlo Mazzone con Minto, Olivieri e altri corrono sotto la tribuna a cercare un medico.

Dopo sette minuti, Roberto Strulli viene trasportato dall’altra parte del campo. Qui viene adagiato su una Campagnola dei Carabinieri, che attraversa rapida il campo seguita da una macchina con il capo di Gabinetto della Questura e un medico: Roberto Strulli è in coma.

Gli ultimi cinque minuti del primo tempo si deve giocare, in qualche modo. Durante l’intervallo l’altoparlante comunica urbi et orbi: Informiamo che il bravo portiere della Del Duca Ascoli all’ospedale si è completamente ripreso. E’ una grossa bugia, ma serve ad arrivare al novantesimo . E Alfiero Caposciutti non lo sa: “Ascoltando, mi tranquillizzo e rientro in campo serenamente”. Al posto di Strulli in porta è andato Capelli e i palloni entrano facili: 4-0. Per la vile cronaca, il quarto gol è proprio di Alfiero Caposciutti.

“A fine gara lo cerco nello spogliatoio dell’Ascoli. Ma mi rispondono: Non è tornato. Mio padre e mio zio mi accompagnano all’ospedale civile di San Benedetto”. Ci sono dirigenti, l’arbitro, tifosi, calciatori. Alfiero gira per i corridoi: “Non me lo fanno vedere. Cerco una notizia, una qualsiasi. E dopo un paio di minuti riesco ad ascoltare un medico: Questo a domani non arriva . Non lo dimenticherò mai. E niente, mi portano a casa”. Tutti i rullini dei fotografi della partita vengono sequestrati.

Alfiero Caposciutti non immaginava un dopo-partita così. In macchina ripassa in fretta il suo curriculum : ci trova i gol presi poi i gol fatti, ma non ammonizioni o espulsioni. Proprio non riesce a ricordarne. Poi parla con sua madre. Ancora con suo padre. Gli hanno dato quel nome ambizioso, Alfiero. Adesso lo sente ripetere da tutti. Insieme al suo cognome che continuano a storpiare. E non per quel gol che ha appena segnato a un portiere che non c’è: “Mi sveglio prima delle sei del mattino e non ce la faccio più. Decido di chiamare l’ospedale : Pronto, sono un amico di Roberto Strulli.

E’ morto poco fa, è la risposta”.

Sua moglie Luana è in attesa del primo figlio. Nascerà ad aprile.

L’indomani alle undici la procura della Repubblica dispone l’autopsia su Roberto Strulli. Qualcuno annuncia un’interrogazione parlamentare. Alfiero lava la faccia, le mani, ma non va via. Poi chiama il direttore de La Nazione di Firenze. Poi gli ex-compagni della Fiorentina. Prova con Sarti, Montuori, Robotti : “Tutti mi difendono. Poi qualcuno porta tempestivamente la foto in cui era evidente il mio tentativo di evitare l’impatto. E’ quella che mi scagiona . E in qualche modo mi rassereno”. Ma lo assolve deciso anche l’arbitro in un’ intervista a La Stampa , ricordando che si è trattato di una partita corretta.

Intanto si è innescata la polemica. Da parte ascolana qualche dirigente esclude la casualità dello scontro, addebitandolo al clima di eccessiva tensione di quello stadio. Di quelle vecchie gradinate a ridosso del terreno di gioco. E si chiede alla Lega Calcio “un deciso intervento per i necessari accertamenti circa l’intenzionalità del fallo e in particolare circa le condizioni psicofisiche del giocatore Caposciutti”. Lo difende subito mister Eliani: “Caposciutti ha la coscienza tranquilla e quindi non deve crearsi un complesso di colpa”.

A novembre Alfiero aveva vissuto i giorni più felici della sua vita. Quando Eliani gli aveva dato definitivamente fiducia lanciandolo dal primo minuto. Sembra passato un secolo, sono solo tre mesi: “In certi momenti mi sentivo colpevole , ma solo di essere vivo. Provavo a ripetere nella testa tutta l’azione. E se m’imponevo di non pensarci , era inutile. Magari avessi avuto l’istinto di calciare. Mi sarei fatto male io . Potevo spostarmi, non potevo. E poi mi ero fermato. Mi chiedevo perché fosse toccato proprio a lui. E in fondo, poteva toccare anche a me. Chissà quante volte e da portiere, non da attaccante”.

Alfiero viene interrogato dalla Polizia. Lo trattengono per quattro ore. Poi finisce sotto torchio Eliani, quindi il massaggiatore. La domenica successiva a Trapani comunque Alfiero non gioca : “Fu una decisione presa di concerto. Anche con un avvocato. Tirando fuori un mio infortunio. Una scelta di pura diplomazia”.

La Sambenedettese perde 2-1. A pochi minuti dalla fine c’è un rigore e dovrebbe tirarlo lui, ma è in tribuna: batte Beni e se lo fa parare. Alla fine mister Eliani va da Alfiero: “A’ Caposciu’, mannaggia…. Non ci hanno fatto giocare”.

Alfiero mette su un giorno dopo l’altro. E una partita dopo l’altra. Come prima. Almeno così crede. Rientra la domenica successiva per un’altra trasferta in Sicilia, Agrigento. Forse per lui è il terzo debutto. Lo sguardo di Alfiero è cambiato. E apparentemente soltanto quello. Perché c’è un’ombra ed è ben visibile: “Dovevo continuare. Non sapevo perché, ma dovevo. E non solo vivere. Anche giocare.

Gli avversari prima si avvicinavano solidali : ‘Ciao Caposciutti, ma non ti preoccupare per quello che è successo. Può capitare’. Poi in campo tutto cambiava: il mio avversario diretto mi insultava. Mi dava dell’assassino, del delinquente. O peggio”. Primo tempo fiacco. Poi dopo un’ora gli agrigentini passano con Rigonat.

Al novantesimo Alfiero Caposciutti ha la palla del pareggio. Tiro ravvicinato , ma il portiere Pozzi ci arriva. Col Cosenza in casa, Eliani lo sposta all’ala destra. Alfiero prende ancora insulti dall’avversario diretto. Non tocca praticamente palla: 0-0.

La testa non gira perché non girano le gambe. Oppure è il contrario e non lo capisce più. Poi a Crotone Eliani lo lascia in panchina, contando sugli effetti benefici di una pausa: si perde . Ad Avellino lo riporta al centro dell’attacco e si riperde:  “Giocai quelle partite senza combinare nulla. Erano riusciti a intimidirmi”.

E’ come un virus che combatti , ma cambia continuamente aspetto. E la Samb si blocca . Non segna più. E’ quartultima: “Quel dolore era lì. Come persona , come persona religiosa. Quel dolore che non se n’è più andato”.

Soltanto nello scontro con la Tevere Roma, ultima in classifica, si torna alla vittoria. Un mese e mezzo dopo quel giorno. Lui mette il sigillo col terzo e ultimo gol dei suoi : “Eliani fu grande. Nonostante le mie prestazioni non mi mise fuori squadra“. Alfiero Caposciutti non si ferma più. Con L’Aquila si libera. Di una parte di se stesso forse. Parte da sinistra , salta Savini, Bonari e batte Bini in uscita. Finisce 5-0.

E’ un modo, l’unico che conosce, per provare a vivere.

Undici giorni dopo nasce Roberto Strulli junior. Luana appende un grande fiocco celeste alla porta: “Ho saputo della nascita del piccolo Roberto anche se non leggevo i giornali. E ho provato ancora e soltanto dolore: un ragazzino nasce e non trova il padre”. Passano dieci giorni e Alfiero Caposciutti rifila una tripletta al Marsala in venticinque minuti. Chiude a quota dodici gol in ventiquattro partite. Quasi la metà di tutto il bottino della sua squadra.

E lo richiede il Torino. Viene tenuto due settimane in prova, gioca un’amichevole ad Asti . Alla fine non se ne fa niente: l’offerta della Samb è troppo alta. “D’estate volevo andare in montagna dai miei amici Fogli e Castelletti. Ma un mio dirigente mi invita nel suo albergo a Vulcano nelle Eolie . Giro anche Alicudi e Filicudi. Rimango una settimana in più per degli scioperi e m’improvviso guida turistica. Un lavoro che mi piaceva molto. Poi una telefonata: ‘Ma ‘ndo cazzo stai? Ti ha comprato il Messina. Sbrigati’ “.

Lo voleva anche la Reggina di Maestrelli, una neopromossa in B. Più prestigiosa una squadra come quella dell’altra sponda dello Stretto, appena retrocessa dalla A. Tira fuori venticinque milioni . Lui si presenta ai giornalisti: “Per me è come iniziare a giocare da zero. So che state per chiedermi dell’incidente di Strulli. Va bene, parliamone. E’ stata una disgrazia. Come un incidente stradale.  Io sono perfettamente convinto di non avere la minima colpa. E se non fosse stato per l’accesa rivalità tra gli sportivi di San Benedetto e quelli di Ascoli, non si sarebbe fatto tanto clamore”.

Per esercitare il suo strapotere fisico ha bisogno di grandi mezzali, in grado di invitarlo allo scatto bruciante. Per esempio Piccioni, che viene anche lui da San Benedetto. Oppure Eugenio Fascetti: “Lui mi sussurra ‘Guarda me e poi ci penso io a buttarti la palla’ “. Il primo gol in campionato del Messina a Reggio Emilia lo segna proprio Alfiero Caposciutti con un missile da fuori area.

A Modena, raccoglie una palla vagante, resiste ad Aguzzoli, salta Adani in uscita e conclude con lo scavetto nella porta vuota: “è stato un pallonetto intelligente e poi dopo aver lottato con mezza difesa”. Doppietta. A Palermo cross da destra, lui lascia sul posto Giubertoni, tuffo e incornata all’incrocio: sei gol nelle prime nove partite di B. “Forse sono migliorato. Ho segnato tanto in C, ma ero al primo stadio della mia trasformazione. Io sono il numero 9, quello da fermare a tutti i costi. Sono un modestissimo giocatore che come tutti spera nell’aiuto dei compagni e nell’incoraggiamento della folla. E la sera dopo l’allenamento studio per il diploma di ragioniere. Ma voglio fare anche una ricerca . Voglio trovare altri casi come il mio: da portiere ad attaccante e con buoni risultati.  D’altronde a me piace la storia”.

La Lazio e la Roma vogliono Caposciutti, il vicecapocannoniere dietro Bui. Proprio quello, l’ex-portiere. E adesso nessuno gli storpia più il cognome.  “A gennaio mi sono fatto male al quadricipite . Sono rientrato, ma affrettando i tempi e ho perso ancora tante settimane”. Curiosamente senza di lui anche il Messina non segna più, nemmeno in casa: quattrocentocinquanta minuti.

L’anno dopo viene ceduto dopo un gran gol al Genoa: altra zuccata e palo pieno, sempre lui sulla ribattuta. Va al Cosenza, di nuovo serie C. Ma la coppia d’attacco con Campanini è da serie superiore: “In Calabria presi il diploma di ragioniere. Ma la mia carriera di calciatore a certi livelli è finita”.

Alfiero si sposa e si trasferisce a San Benedetto. Proprio nella città dove è successa la tragedia con Roberto Strulli : “Con la moglie e il figlio non mi feci mai vivo. Semplicemente perchè mi sembrava di disturbare”.

Dopo quarant’anni qualcuno prova ad aprire quella bolla. “Un giornalista romano mi chiama. Aveva già parlato con Luana Strulli : Le farebbe piacere incontrarla ? E incontrare il figlio?

Accetto”.

Quel dolore non si cancella. E’ tornato, più forte. Anche perché l’incontro sembra non arrivare mai. Passano due mesi. Alfiero prepara le parole. Prova e riprova. Una parola dopo l’altra. Magari servissero a esorcizzare quel silenzio. Lungo. Ancora .

Poi, ecco Luana: “Mi viene incontro e non mi lascia neanche parlare: Non ti abbiamo mai ritenuto colpevole di nulla. Non sei tu il responsabile di quello che è successo ”.

S’era preparato tutto il discorso, ma non riesce a ricordarlo più : “Fu un grande sollievo. Poi ci siamo rivisti altre volte. Sono venuti anche a casa. Sono persone splendide”.

Un giorno Alfiero Caposciutti si ritrova in mezzo a tanta gente, quasi tutta di Ascoli. E’ l’inverno del 2015, un convegno a cinquant’anni da quel giorno. Lui ascolta tutti gl’interventi . Qualcuno racconta: “Roberto Strulli era un tipo gioviale. Diceva sempre Andiamo avanti e si buttava tutto alle spalle”. Ex – calciatori, tifosi, giornalisti , tutti insieme per non rimuovere la memoria. Molti erano presenti quel giorno.

Poi dopo un’ora tocca ad Alfiero. In fondo pochi come lui sanno che in questo caso rimuovere è impossibile. Si alza e fa un gesto verso Roberto Strulli junior: “Ho sentito di dover presenziare. Sono venuto per Roberto”. Si abbracciano.

Poi Alfiero risponde alle domande . E alla fine si gira verso la platea e decide che è il caso di mimare ancora quell’azione. A distanza di mezzo secolo. Anche se adesso è un elegante signore di settantaquattro anni. E con tre strati di vestiti addosso.

Lascia il microfono e si sposta a sinistra. Fa un passo e si piega di scatto sulle ginocchia. Poi si ferma.

Si ferma.

a cura di Ernesto Consolo

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