Non si trova Luciano Zecchini. Ha sbattuto lo sportello della macchina ed è partito sgommando. Neanche una parola coi giornalisti. Erano lì ad aspettarlo dopo l’interrogatorio. Avrebbero voluto chiedergli ancora qualcosa. Forse anche come si sta una settimana rinchiusi a Regina Coeli. E adesso lo cercano in tanti. A casa non risponde nessuno. Nemmeno la società sa spiegarsi dove sia finito.

Non si trova neanche in Romagna, dalle sue parti . Ha iniziato a giocare con la maglia del Forlì e l’ex-portiere del Bologna, Attilio Santarelli. Poi il Prato e il Brescia, dove soffia il posto a Bercellino e debutta in serie A. Nonostante una segnalazione di Mazzola all’Inter, lo prende il Torino.

Ha lo sguardo gentile, curioso e anche un po’ timido. Lui è lo stopper d’ordinanza, quello che s’incolla al centravanti : “E’ un ruolo per me congeniale. Io preferisco il contatto diretto con l’avversario perché aspettarlo in area richiede altra mentalità e concentrazione” . Ecco perché qualcuno lo chiama Zecca. Sabato 16 gennaio ‘71 Poletti si stira ed è il suo momento. E’ previsto campo pesante a Catania e Cadè lo ritiene il più adatto: “Zecchini è un ragazzo molto forte, lucido, freddo”. Si comporta bene. Poi nel derby gli danno da marcare Bettega che segna due gol in diciotto minuti: finisce sul banco degli imputati.

Non si trova Luciano. Nemmeno i suoi ex compagni al Toro ne sanno nulla. Lui nell’ambiente granata stava bene. Anche se appena arrivato, il presidente Pianelli l’aveva spedito dritto dal parrucchiere. Luciano se n’era infischiato. Poi dopo una settimana Pianelli era tornato alla carica: “O si toglie baffi e basette oppure fa le valigie”. Decisiva la mediazione di Cadè: “Ma presidente, ognuno ha una personalità. L’importante è essere ordinati anche se si portano baffi e basette più lunghe del normale”.

Poi quell’annata, ’71 – ’72. L’avevano giudicato non adatto alla serie A : “Vedremo se i miei critici hanno ragione. Avrebbero dovuto darmi più tempo. Sono stato considerato un brocco prima di cominciare a giocare. E nessuno si è preoccupato della mia reazione. Perchè se riesco a impormi , lo avrò fatto senza aiuto e comprensione”. E si va in testa alla classifica. Luciano mette la museruola a Mazzola, Sormani e Gigi Riva: “Ci siamo ritrovati a lottare per lo Scudetto quasi senza accorgercene . Mi diverto di più giocando stopper, perchè ho il libero che è un punto di riferimento . E perché questa è la mia maniera di essere utile al collettivo. Certo non mi sento inferiore a Morini, e nemmeno a Galdiolo”. Vuole anche perpetuare l’arte di suo padre: “Credo in quello che faccio perché non lo ritengo inutile. Solo completando gli studi riuscirò ad essere pienamente soddisfatto di me stesso”. E prende il diploma di maestro elementare.

In panchina c’è Gustavo Giagnoni: “Luciano non è un atleta che va a caccia di popolarità. Anzi evita il più possibile certi atteggiamenti che servirebbero a farlo conoscere di più. Questo nonostante porti baffi vistosi che in teoria dovrebbero richiamare l’attenzione. E’ un grande calciatore, dalla grande intelligenza calcistica, il miglior stopper del campionato. E, avendo iniziato da centrocampista, può trasformarsi anche in mediano. Meriterebbe indubbiamente maggior considerazione nel clan azzurro anche perchè ha un rendimento costante”.

Quando qualcuno obietta che Luciano ha un piede solo (riferendosi al mancino), Giagnoni ribatte sempre con lo stesso gesto: toccandosi la fronte col dito. “Luciano è uno che gioca pensando , non rischia nei passaggi e negli interventi . E non smarrisce mai il senso della posizione. La sua forza è la tranquillità, la saldezza di nervi. E’ un ragazzo, ma giostra con la potenza e la decisione di un anziano ”. A Marassi l’arbitro Barbaresco non vede un gol di Agroppi, poi caccia Ferrini e la Juve alla fine conserva il punto di vantaggio.

Non si trova Luciano . E adesso non lo cercano più. Eppure lui ha giocato in Nazionale. Passa dall’Under ’23 , vince il mondiale con la Militare e diventa papà di una splendida bambina. Intanto ha messo su un barbone da comunardo . Il presidente Pianelli trasecola , serve un chiarimento: “Il Torino mi paga per giocare a calcio. Il resto fa parte dello Zecchini uomo. Mi sono avvicinato al Movimento Studentesco in Romagna qualche anno fa. Per me essere di sinistra è sempre stato normale ”.

Un giorno sua figlia cade dal tavolo della cucina. Picchia a terra con la fronte: frattura . La bambina ha solo cinque mesi. Ed è salva forse proprio perché è piccola. I medici dicono che serve però un piccolo intervento chirurgico.  Proprio in quel momento squilla il telefono: Luciano per la prima volta è convocato nella Nazionale maggiore. Va in ospedale, poi sbarca a Coverciano con un giorno di comprensibile ritardo.

Fa solo panchina , ma è quella di Wembley. Si passa.

Due mesi dopo la prova del fuoco, la Lazio capolista. Lui è carrozzato per marcare Chinaglia: “E’ inutile pensare di anticiparlo, di stargli addosso. C’è poco da studiare. Sono cose che sorgeranno spontanee in partita, a seconda delle circostanze. Lui è uno prevedibile. Ci ho giocato insieme nella nazionale di Serie C“. Gli concede il minimo. Il Torino è l’unico a passare all’Olimpico contro i futuri campioni d’Italia.

E’ il 28 marzo 1974, a pranzo. Con lui al tavolo ci sono Salvadori, Castellini e Graziani. Luciano è stato criticato per le ultime prestazioni, ma c’è la Juve e ancora il signor Bettega  : “So di non essere al massimo, ma credo di avere sempre la capacità di fare il mio dovere. Si fa in fretta a parlare. A San Siro scrissero che Boninsegna aveva segnato tre gol saltandomi, ma le partite bisogna vederle: io ho procurato solo il rigore. Gli altri due gol li ha segnati quando era marcato da un altro perché, essendo rimasti in dieci, giocavamo a zona. Certo sono un po’ teso, ma non per le critiche. E in campo non riesco a mantenermi tranquillo come vorrei”. Si mette a ravanare nella chioma ispida: “Dopo quattro anni al Torino ormai, proprio qui, nella mia corteccia celebrale è rimasto un condizionamento preciso anti-Juve.  E stavolta Bettega non scappa”. Detto, fatto.

Poi c’è il referendum sul divorzio, un altro derby : “Sono a favore e per mille motivi. Il divorzio rappresenta per tutti un impegno di maturità. Vi si deve ricorrere quando una situazione è diventata insostenibile”. Vince anche questa, ma non parte per i Mondiali.

Non si trova Luciano. Forse ne sanno qualcosa Egidio Calloni e Aldo Bet , i suoi amici dell’anno al Milan. L’atmosfera solenne dell’università del football non l’aveva neanche scalfito. Al raduno Luciano era arrivato abbronzatissimo, camicia a quadrettoni aperta e un elegante pantalone zampa. Qualunque omologazione gli provoca disagio : “Non mi va che un giocatore venga tenuto in maggiore considerazione perché indossa la divisa sociale , ha i capelli ben pettinati e a tavola si concede un filetto. In campo si può rendere bene anche mangiando l’abbacchio”. E poi c’era Giagnoni che aveva fatto di tutto per averlo. Un mese dopo viene convocato dal dottor Bernardini, commissario unico.

Quella Nazionale punta subito a un calcio semplice. Bernardini la chiama proprio squadra di operai specializzati : “Zecchini è l’unico marcatore stretto che io conosca”. E Luciano è in gran forma. Nel gruppo azzurro, dopo un ammirevole sforzo di fantasia, lo chiamano Jesus Christ Superstar. Anche se gira in elegante doppio petto blu, la nuova divisa della Nazionale. Non sono parole di circostanza perché per lui è un punto d’arrivo. Per quel modo incredibilmente unico di essere felice: “Ovviamente sono contentissimo di giocare, soddisfatto. A venticinque anni ho raggiunto la mia massima aspirazione di calciatore. Cercherò di conservare il posto in azzurro il più a lungo possibile , ma non ne farò un dramma se la prossima volta non dovessi essere convocato. Mi è dispiaciuto andar via dal Torino, una società alla quale ho voluto bene. Salutare tanti, troppi amici. E mi piace in questo momento ricordare i miei compagni degli anni in granata e Giagnoni”.

Bernardini gli affida la maglia numero 5 per l’esordio a Zagabria. Si gioca alle sette di sera, diretta sul primo canale: “Non sono per nulla emozionato. Del resto dovrò fare quello che di solito svolgo nella mia squadra: stare incollato a una delle due punte”. Ecco Surjak e lui lo bracca come al solito. Non perde un contrasto , domina sulle palle alte. Ma il possesso degli azzurri è inesistente. Dopo venti minuti i corner sono 7-1. Poi al quarantaduesimo va in gol proprio Surjak: protestano Zoff e Capello per una manina jugoslava che sfiora il cross, mandando a vuoto tutti. Luciano si associa.

Bernardini ci pensa su qualche giorno e poi sentenzia: “Nella pagella degli esordienti il più bel voto spetta a Zecchini”. Anche a uno come lui gli elogi fanno piacere. Col Milan gioca un girone d’andata superbo. Alla quattordicesima lui non c’è e curiosamente i suoi compagni ne prendono tre dalla Lazio: ne avevano presi cinque in tredici partite.

Per la partita di Rotterdam contro gli olandesi vicecampioni del Mondo, lo spostano libero. Luciano è sorpreso, anche se ha già giocato in quel ruolo. L’inizio è splendido, gol di Boninsegna. Poi ancora Bonimba in area e fallo plateale: decidono ancora le incerte diottrie di un arbitro. Finchè non inizia a giocare Cruijff ed è 3-1. “Al fischio finale sono andato a scambiare la maglia con il mio calciatore olandese preferito: Wim Van Hanegem, quello mancino. Un grande cervello calcistico. La politica non c’entra, anche se lui ce l’ha coi nazisti. E poi tutti ce l’hanno coi nazisti “.

Passano quarantottore e Luciano compare in allenamento con la 10 arancione. A Cesena e Vicenza intanto il Milan perde. E Rivera spara nel mucchio: “Qui c’è gente non da Milan. Sono stufo di giocare in una squadra zeppa di brocchi”. Luciano lo manda a quel paese: “Ma se sei tu che non corri”.

A settembre sta per saltare Giagnoni. Luciano è fuori di sè. E’ uno dei pochissimi a esporsi contro Rivera e il nuovo corso societario. Poi contro l’Everton difende la porta come al solito, staccando di testa coi crampi. Alla fine si ritrova Nereo Rocco: “Zecchini? Non lo conosco, ma ha qualcosa di strano quel ragazzo”.

Come uno stigma. Forse c’entra il look, quei vecchi jeans e la magliettina fantasia. Certo il nuovo Rivera proprietario ha bisogno di soldi e di vendicarsi dei fedelissimi di Giagnoni: “Sono sempre più disgustato. Di tutto. Rivera vorrebbe fare la moralizzazione, ma non è la persona adatta. Ci ha scaricato addosso tutte le tensioni e le critiche. E non mi va di fare panchina perché non mi sento inferiore a nessuno. Se il Milan mi trovasse una gradita sistemazione, sarei lieto. Vado solo in una squadra d’alta classifica: il Torino o la Roma”.

Un giorno a casa sua squilla il telefono: “Signora, abbiamo venduto suo marito”.

Non si trova Luciano. Perché il Milan l’ha ceduto alla Sampdoria.

“Ho accettato il trasferimento solo dopo aver ricevuto precise garanzie sul posto in squadra. E ho ritrovato chi sa stimarmi. Non mi sento declassato e poi la Samp è abituata a lottare e questo si sposa col mio carattere, pronto ad ogni battaglia. Al Milan sono stati scorretti e io non sopporto le ingiustizie. Giagnoni, lui sì, è una persona estremamente leale. Ma in fondo mi ritengo fortunato perché tanti arrivano in serie A e poi non ci rimangono”. Bersellini si avvicina e gli consiglia di andare a riposare. Lui non si placa: “Il discorso azzurro è chiuso. Ci sono arrivato e tutto il resto è relativo. Potevano spendere una parola per spiegare il mio accantonamento e invece si sono comportati secondo il costume all’italiana. Avrei preferito se mi avessero dato dell’incapace. Non mi convocheranno più e se anche ciò avvenisse, forse rifiuterei”.

Parte bene, annulla Bertarelli e il suo amico Graziani. Poi si passa a Firenze. Dopo un erroraccio col Bologna, iniziano le critiche e le voci sulle serate in discoteca a Sampierdarena. E’ costato quasi mezzo miliardo e questo è perlomeno l’aggravante. Si spinge di più in avanti. Decisiva per la salvezza è l’Ascoli, quando è proprio da una sua incursione che segna Saltutti.

Il secondo anno alla Samp i tifosi ce l’hanno con lui. A Catanzaro fa autogol, poi altre giornatacce contro Graziani. Luciano non si arrende: segna addirittura due volte, uno splendido con l’altro piede nel derby col Genoa. Poi si va in B. Quando viene ceduto al Perugia, i tifosi hanno cambiato idea: si ribellano.

Nel frattempo Luciano si è avvicinato a quell’avanguardia che punta a riformare dall’interno il calcio. Ci sono quelli vicini alla sinistra extra-parlamentare come Ezio Blangero del Monza, Dino Pagliari della Fiorentina, Maurizio Montesi ed Ezio Galasso dell’Avellino , Andrea Mitri e Maurizio Codogno della Ternana. C’è l’approvazione di Sollier. Vorrebbero che il calcio si trasformasse gradatamente in un fatto sociale, uno strumento di aggregazione e non di divisione anche tramite l’impegno diretto degli stessi protagonisti. Luciano concede anche un’intervista a Lotta Continua e rischia la multa: “Il mio comunque è un atteggiamento di contrapposizione e non di ostilità. Un determinato ambiente deve cambiare : è immodificabile, artificiale. Come se fosse sotto una campana di vetro”.

Qualcuno li chiama gruppettari. E all’Associazione calciatori vengono guardati talvolta come quelli esotici, ma più spesso come quelli eretici, quasi dei soggetti problematici: “Ragazzi avete ragione, ma siete troppo avanti per loro. Gli dovete dare tempo di prendere coscienza” non fa che ripetere l’avvocato Campana. In quel mondo orizzontale popolato da tutti integrati, solo parlare di politica sembra contestazione. E’ il sistema fondato su un perbenismo ipocrita e un po’ arrivista, compiaciuto dell’atroce routine e della mediocrità. Li compatisce e ovviamente non li capisce.

Per Luciano invece è tutto molto semplice. Decide di defilarsi: “Si sono riuniti un paio di volte, forse a casa di Codogno, ma io non ci sono nemmeno andato. E poi io leggo sempre e solo L’Espresso, non Lotta Continua”. Castagner lo impiega quasi da tredicesimo, ma lui si adatta facile allo spirito gregario di quel Perugia. Lotta per lo Scudetto e contro il Milan di Rivera. Mette lo zampino anche in una incredibile serie positiva.

In quel 30 dicembre 1979 si gioca Avellino-Perugia. Finisce 2-2, risultato ad alto tasso di sofisticazione, pare. C’è un assegno di otto milioni per truccare quella partita, ma finisce sul conto corrente di Anna Ugolini, moglie di Della Martira. Che poi preleva sette milioni e mezzo per una sua spesa personale, tra l’altro documentata. Filtra una notizia: i magistrati ritengono che Luciano abbia avuto un ruolo marginale.

“Gli Azzurri a Zagabria (foto GS) ”

Lo chiamano mentre guarda la televisione. Non facevano altro in quella cella. In quel momento davano il tennis: “Prima ero stato in isolamento, una cella umida di un metro per tre. Terrificante.  Faceva freddo, non ho mai dormito. Provavo rabbia più che amarezza, l’angoscia di non poter comunicare alle persone care quello che mi stava accadendo. Ho ricevuto tanti messaggi che non mi aspettavo. Molti attesi invece, non sono mai arrivati. Nessuno si è preoccupato delle angustie di chi è dietro le sbarre. E nessuno mi ripagherà”.

Riesce a rimanere lucido: “Questa esperienza mi ha fatto pensare , ho scoperto tante cose. Per esempio una solidarietà incredibile . Ce n’è molta di più dietro quelle mura che fuori. Ho parlato con delinquenti comuni e scoperto di essere un privilegiato. Ma i più allegri erano i giovani. E’ sempre così”.

“Quando mi hanno fatto uscire, ho salutato Cacciatori, Merlo, il presidente Colombo, Della Martira, tutti. Qualcuno piangeva. E’ stato un momento terribile e bellissimo. Non volevo neanche andare. E subito dopo ero preoccupato proprio per loro, lì rinchiusi nel sesto braccio. Non posso credere che siano colpevoli, ma non posso nemmeno escluderlo a priori”.

All’uscita non l’aspetta nessuno. Ci sono solo un paio di fotografi e una signora che doveva riabbracciare il figlio da mesi in galera. Gli fa: “Ma tu non sei Zecchini?”. “Sì, perché?”. Silenzio. Sono passate da poco le quattro del pomeriggio. Luciano stringe il borsone del Perugia. Ha jeans di velluto blu, camicia celeste e giubbotto grigio, lo sguardo stravolto. Passeggia da solo verso il Lungotevere. Poi ferma un taxi e va in albergo dalla moglie. Poi da sua mamma che è in ospedale. E alla fine sparisce. Anche se solo per qualche giorno: “Io ero innocente, non c’entravo nulla. Ma non mi sono meravigliato di quanto è accaduto. Prevalevano i colpevolisti e gl’interessi erano tanti. Non sapevo neanche cosa fosse il calcioscommesse, ma non potevo fare più niente. E poi servivano in quel momento delle vittime. Ero abbandonato e in una situazione molto più grande di me”.

Prende tre anni di squalifica. La giustizia sportiva decide più in base a convinzioni che a prove. Quella ordinaria lo assolve perchè il fatto non sussiste: “Adesso posso guardare in faccia tanti e loro non possono fare lo stesso con me. Ma certo col calcio ho chiuso. E poi non giocavo quasi più. Come se avessi già smesso”.

Adesso si trova Luciano. E’ a Milano, dove ha un negozio di articoli sportivi: “L’amnistia dopo due anni è un rattoppo. Meglio di niente comunque. Anche se non sono più un ragazzo, chi vuole può chiamarmi. Mi sono sempre allenato”. Perché non riesce proprio a lasciarlo quel prato verde. Lo chiama la Massese. Vince il campionato.

Uno con l’abilitazione di maestro e che adora il calcio, non può che fare il tecnico. Crescono con lui Christian Terlizzi, Denis Myrtaj, Simone Pepe e altri. Fa un’altra promozione con il Teramo, poi sfiora la B: “Un’impresa splendida, una grande squadra. Nessuna rivalsa, nessuna vendetta nei confronti del mondo del calcio. La strada davanti è larga. E poi faccio fatica se devo vivere guardando sempre indietro. Io dormo sempre tranquillo”.

Ringraziamo Zecchini per l’intervista in esclusiva per la nostra redazione. A cura di Ernesto Consolo

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