Carmelo Di Bella l’aveva provato alla Favorita in un freddissimo pomeriggio infrasettimanale della stagione ‘67- ’68. Angelo Bellavia gioca nella squadra allenatrice proprio contro il Palermo. E convince. Ha diciassette anni. Anche se Di Bella lo vuole rivedere a due settimane di distanza. “Quella volta c’era anche mio papà, Alfonso: se n’è tornato a Favara contento”.

Così a luglio a casa Bellavia arriva una lettera di convocazione con due strisce colorate: una rosa e l’altra nera. Angelo va in ritiro ad Altopascio. Capelli neri mediterranei e ricci, un metro e ottanta. Ma pesa meno di settanta chili: “Ho iniziato in un collegio di Acireale. Era una squadra dell’istituto salesiano. Poi ho disputato un paio di campionati con l’Atenea, una squadra juniores dell’agrigentino. Perché i miei genitori sono di lì. Il passaggio al Palermo è stato una sorpresa”.

E’ abbronzato e con quella chioma nerissima si fatica ad individuarlo. Ma non ha fatto le sabbiature. Perché luglio è il mese in cui Angelo torna dai suoi e li aiuta a lavorare la terra. Ed è il mese del raccolto. Nella campagna anche di notte con la zappa tra le mani. Verso il fratello Antonio, ha un debito di riconoscenza, perché giocava al calcio ed era una buona mezzala. Un giorno però ha abbandonato per la campagna lasciando il calcio ad Angelo, perché secondo lui merita di più. Ed Angelo non l’ha dimenticato.

In stanza coi due terzinacci Maggioni e Sgrazzutti, pensa a suo padre ed a suo fratello che sono rimasti a Favara. A quei cinquanta ettari da innaffiare. Si parte alle tre del mattino col camion per portare la frutta al mercato di Palermo. E Angelo è conosciutissimo anche lì.  

Si ritrova in rosa con altri quattro estremi difensori: Ferretti, Geotti, Prandini e Bissoli. A fine ritiro lo mandano nella Primavera. Lui si soffia sulle mani. Sono le dieci del mattino del 20 ottobre 1968 quando inizia il campionato con Palermo-Reggina: poi fa due parate decisive sull’ala Capogna e il Palermo vince 1-0.

Ma Angelo trova spazio anche nella De Martino, la squadra che serve a tenere in caldo le riserve. Poi a metà novembre arriva la chiamata: Ferretti si è fatto male e Angelo deve fare il secondo a Geotti. L’approdo fugace di Angelo in prima squadra è preceduto da un alone di leggenda. Ma è tutto vero: per la sua prontezza di riflessi, il colpo di reni e per l’imbattibilità nelle partite con la Primavera e la Dem. Il 24 novembre 1968 è il numero 12 nella gara col Varese. Ma poche ore dopo il Palermo compra l’esperto Idilio Cei e Angelo torna ad essere il quarto.

Gli tocca aspettare. Le prestazioni nella Dem non lasciano dubbi: si alza in volo e para un rigore a Florio della Reggina. E Di Bella ci crede: “Se lo avessi fatto esordire in campionato, avrei corso il rischio di bruciarlo. Ora è arrivato il suo momento”.

E’ l’ amichevole tra il Palermo e la Dinamo Tbilisi . Sono le 14:30 del 22 febbraio 1970 alla Favorita. Angelo è vestito di nero con la numero 12 e porta il cappellino. Entra nella ripresa, quando si sblocca la gara con un’incornata di Tanino Troia su cross di Causio. I sovietici rispondono e il portierino si fa trovare pronto su un tiro basso di Kutivadze. Applausi.

Poi Troia raddoppia sfruttando un pasticcio difensivo. E Angelo viene letteralmente assediato. Kutivadze prova un missile dal limite: lui tira fuori gli artigli, ma il pallone entra a fil di montante, 2-1. S’infuria. Rimette a posto il cappello, ma è troppo largo. Gl’impalla la vista, scivola sulle orecchie. Lo butta via. Ci sono sovietici da tutte le parti: tre tiri di Kutivadze, respinti. Poi l’attaccante della nazionale Givi Nodia: la tiene ancora. E applausi.

“Prendere un gol per me è una vergogna. Sia un gran gol, che un brutto gol. Ma quando subisco il secondo, perdo davvero la testa, non capisco più niente. Forse è un handicap, ma anche uno stimolo. Mi aiuta a non prendere il primo. E tutti i portieri sono così”.

Di Bella stravede per lui. Gli fa capire che a Cagliari giocherà. Di fronte Gigi Riva a un passo dallo scudetto. Che tocchi a lui è chiaro dall’allenamento del giovedì, quando Di Bella lo fa entrare nella partitella. I tifosi applaudono, altro segnale. C’è solo un tiro di Pellizzaro: preso.

E’ il 5 aprile ’70 all’Amsicora. “Di Bella, quindi Bellavia giocherà?” “No, non dall’inizio. A seconda dell’andamento della gara”. Poi si trasferiscono tutti in un capannone dell’Amsicora: c’è un banchetto con vino, fave fresche e porchetta. In alto i calici e vinca il migliore. 

Cioè il Cagliari. Ferretti risponde cinque volte nel primo quarto d’ora. Capitola su un colpo di testa di Riva. Poi su una sciabolata di Nenè: 2-0 pacifico. Al diciassettesimo del secondo tempo, Di Bella chiama Angelo e lo fa debuttare in serie A. E’ eccitatissimo, caricato. Si ritrova un fastidiosissimo vento contro. Prova a battezzarlo Greatti con un rasoterra: parato. C’è Gigi Riva a due passi e lui gli si pianta davanti: Riva sbaglia. Angelo si esalta, ma è un po’ incerto negli interventi facili.

“Sono superstizioso e non me ne vergogno. Al punto da scendere in campo sempre con le stesse scarpe, la stessa maglia e gli stessi calzoncini. Non cambio mai”. E al collo tiene due monete, attaccate a un pezzo di spago : “La prima è un 5 corone cecoslovacco. E’ una vecchia storia. Idilio Cei per me è stato più di un semplice compagno di squadra. Mi ha dato tantissimi consigli, mi ha trasmesso i segreti del mestiere. E quando il Palermo è andato a giocare a Bratislava, sognavo di partire io. Invece andò lui. E gli chiesi di portarmi almeno un regalo, anche di poco valore. Ad esempio una moneta. Questo 5 corone ho visto che mi porta fortuna e non me ne separo più. E poi così non potrò mai dimenticare il mio amico”.

“Attaccata c’è quest’altra moneta, più grande: è un tallero d’argento etiopico. L’ho trovata da bambino e non l’ho mai tolta. Io sono africano, sono nato ad Asmara. Al mondo ne esistono solo due. Ma l’altra non posso rivelare chi ce l’ha”.

La prima partita di serie A intera gli tocca al San Paolo. Il Napoli vuole congedarsi dal pubblico con una goleada e ci sono tutti i presupposti: la giornata di sole, la squadra al completo e un Palermo vacanziero. Ma dall’altra parte Angelo esibisce tutto il repertorio. Due parate sicure nei primi venti minuti su Altafini. Non c’è niente anche per Juliano. Si ruzzola sull’erba anche se vede mulinare gambe, uno spettacolo nello spettacolo. E al novantesimo nel mezzo dell’area prorompe in un salto di gioia. Ha inchiodato lo 0-0, migliore in campo .

Tutti vogliono sapere: “Ma come hai fatto a parare quei tre tiri in successione?”. E Angelo ripete l’impresa al rallentatore come fosse la moviola della Domenica Sportiva. Si sdraia a terra prima a destra per il tiro di Juliano, poi a sinistra per sventare la legnata di Altafini e quindi vola in alto per deviare sopra la traversa la botta di Bianchi. Il presidente Barbera, il figlio Ferruccio, Troia e Arcoleo stanno lì a guardare. Tutto questo a Napoli, a mezzanotte e in piazza Municipio. Qualcuno passa. Si ferma.

E ogni volta che incontra Arcoleo e Troia, Angelo ripete la stessa serie. Ovunque si trovi. Anche all’aeroporto di Fiumicino. Assiste anche un poliziotto, si avvicina: “Scusi, si sente bene?”.

L’ultimo applauso della Favorita di quella stagione scalcagnata è per lui. Con la Fiorentina si supera tre volte su Chiarugi, poi su Merlo e Maraschi. Buttandosi a mani nude tra cataste di uomini. A tre minuti dalla fine con la punta delle dita su Mariani: “E’ andata bene. Ma adesso ho paura. Perché credo che sia tutto un sogno. Ho paura di non essere bravo e di essere solo fortunato. Se è stato tutto un sogno, lo saprò fra un anno in serie B. Rimarrò in panchina per apprendere. Non voglio che si dica in giro che sono stato soltanto fortunato e che ho sognato per quattro domeniche”.

 “Quella con la Fiorentina è la partita che continuo a rivivere perché per me è stata la più importante. Un pomeriggio indimenticabile. Finalmente la gente ha cominciato ad apprezzarmi. E per la prima volta mi ha applaudito di cuore. Chiarugi mi ha stretto la mano. Tutti si sono congratulati. De Sisti quasi si scusa per quella mezza autorete. Negli spogliatoi Bandoni mi ha fatto i complimenti. Poi è venuto Pesaola e mi invita a seguirlo alla Fiorentina. Settimane dopo ho saputo che ero stato ufficialmente richiesto. L’ho letto sui giornali e me l’ha confermato Vanello. Ma non sono andato dai dirigenti a chiedere, perché non volevo dare l’impressione di tenerci troppo. Su questa magnifica esperienza voglio costruire la mia carriera. Me lo dicono tutti di star calmo, ma sono parole oziose, raccomandazioni inopportune perché so come comportarmi, non sono il tipo che si dà arie. Quando e se sarà il mio turno, cercherò di mettere a profitto ogni insegnamento per giocare meglio di quel pomeriggio. In silenzio e con tanta speranza, com’è scritto sul giornale”.

Sorride, lui sembra sempre allegro. Insiste per tenersi quel Giornale di Sicilia, per suo padre e sua madre e tutti quelli che fanno il tifo per lui: “A vent’anni è presto per vivere di ricordi. Sono contento di essere così, contento di quello che finora sono riuscito a fare. Qui a Palermo ho fatto tutto, dal raccattapalle al massaggiatore a quattro partite in serie A. Non è poco, mi pare”. E’ sensibile. Quasi gli dispiacerebbe subentrare a un compagno infortunato. E continua a guardare la grande foto in cui è in mezzo a Girardi e Ferretti: “Ho davanti loro due, ma non sto a far drammi. So di valere molto meno di loro e li stimo moltissimo. Sono contento lo stesso“.

Prova a non sentirsi appagato, perché è sempre disposto a dare tutto, senza chiedere niente in cambio: “Ho tanta fiducia nelle mie forze. Se uno è bravo, dietro quei bagliori che ti accecano, non ci sono delusioni. Quest’estate c’era un torneo a Collesano e ho incontrato Benedetti, mio ex-allenatore alla Dem: mi ha chiesto di seguirlo a Siracusa in serie D. Per me va bene anche in Promozione. L’importante è avere il benestare di mister Di Bella e di mio padre. Quello che mi dicono, faccio. Ma il Palermo è un’altra cosa. Se poi quella domenica verrà, scenderò in campo con la stessa maglia e le stesse scarpe. E prima della partita, terrò strette in pugno il 5 corone e il tallero etiopico. Penseranno loro a tutto”.

Un giorno con altri panchinari si iscrive al Torneo della Montagna sull’Appennino modenese. E approdano in semifinale. Sono avanti 5-0 a dieci minuti dalla fine e Angelo non ha toccato un pallone. Poi tale Franchini, rifila un calcio a gioco fermo a Francesco Modica, diciannove anni, il cucciolo della squadra rosanero. In difesa del compagno interviene Alberto Arbitrio. E scoppia la rissa, tutti contro tutti.

Angelo corre. Deve attraversare il campo. Si avvicina e vola come dovesse prendere un pallone all’incrocio. Stavolta usa il piede e raggiunge Franchini in pieno volto. Intanto Arbitrio ha preso un sassata in testa, ma nessuno capisce come. Il direttore di gara estrae quattro cartellini rossi. Uno è per Angelo.

Anche Franchini è stato espulso. Decide di abbandonare lo stadio. Angelo lo incrocia in strada e lo centra con due cazzotti. E non può nemmeno scappare perché si ritrova immediatamente circondato da quattro compagni di Franchini. Quando il suo destino sembra segnato, piomba  Tanino Troia: “Bedda matri, vi ammazzo a tutti”. E li disperde.

Come quasi tutti i calciatori del Palermo, Angelo ha un soprannome, anzi l’inciuria: Ancilinu ‘u pazzu, in omaggio alle uscite pirotecniche e ai tuffi. Non fanno che ripetergli: “Tu ci rimetterai l’osso del collo”. Se ne strafrega. Un giorno davanti allo stadio un bambino grida: “Papà guarda: Ancilinu ‘u pazzu”. Il papà molla una sberla. E Angelo interviene: “Lasci perdere, fa niente. E poi ai bambini non si danno botte”.

Ne gioca tre di seguito in Coppa Italia splendidamente: col Verona su una respinta corta, gli arriva un missile a volo di Emiliano Mascetti: “Io ho calciato con violenza. Che bravo quel portiere anche se è giovane. Grande intuito”.

Lo mettono anche nelle figurine, ma poi non entra quasi più: “Mi hanno richiesto Catania e Catanzaro. A De Grandi certi giocatori imposero di togliermi dalla rosa. Poi quando andò alla Turris,  fece pervenire una richiesta ufficiale. Ma Palermo è un punto d’arrivo per me. Mi sento legato a questa città e non tradirei mai i tifosi. Piuttosto preferisco smettere. E poi ci sono i cinquanta ettari di mio padre”.

Il Palermo torna in serie A. Lui ha una mano sfregiata, ma tiene duro per non perdere una partita da 12. Resta dietro la porta a guardare anche nel primo tempo dell’amichevole contro i dilettanti dell’Asiago. Gerarchicamente Angelo è ancora il terzo portiere del Palermo. Gli tocca quindi fare lo sparring, limitandosi ai secondi quarantacinque minuti e nella porta dell’Asiago, una squadra di terza categoria. Non immagina che proprio lì tornerà senza più una porta da difendere.

Il 29 aprile 1973 si ritrova il numero 1 sulle spalle. Gliel’ha dato Alvaro Biagini, un allievo di Carmelo Di Bella. Il clima non è dei migliori alla Favorita: la squadra in classifica avanza solo per inerzia e Angelo è l’unico giovane da valorizzare. Si ritrova solo ancora contro Pellizzaro. Una volta in allenamento gli ha parato anche un rigore: niente da fare, è il gol-vittoria dell’Atalanta. A fine partita il presidente Barbera annuncia: “Multerò tutti i calciatori per scarso impegno, con l’eccezione di un solo elemento: Angelo Bellavia. E’ grazie a lui se il passivo è stato minimo”.

Il 2 dicembre ’73 ad Arezzo, Girardi rimane sepolto da una quaterna. Uno sbagliando un rinvio con le mani. E la domenica dopo Angelo prende il suo posto. C’è l’Ascoli capolista. A un quarto d’ora dalla fine, Palermo in vantaggio con La Rosa. Quando sembra fatta, c’è una cintura di Zanin su Minigutti: rigore per l’Ascoli. La gente è inferocita. Tira Campanini. A destra, forte e a mezza altezza. E Angelo ci arriva, la manda sul palo. Anzi sullo spigolo di quello sinistro. Poi la palla torna in campo.

Potrebbe finire in qualsiasi punto dell’area. Rimbalza proprio davanti a Campanini: pareggio.

 “Ho conseguito la maturità classica, mi sono iscritto e diplomato all’ISEF. Ma è Corrado Viciani che mi ha tirato fuori dalla merda. Lui è un uomo coraggioso” . Tre giorni dopo alla Favorita c’è la Juve, Coppa Italia: “Si è avvicinato Josè Altafini e mi ha chiesto Tu giochi? Gli ho risposto di sì. Si è fatto scuro in volto e ha tirato un’imprecazione: Peccato, perché a te non faccio mai gol”. E per novanta minuti non tira neanche in porta .

I trentamila della Favorita fanno un sogno: 2-0 per il Palermo. Fischia tre volte Gussoni ed è tutto vero. Angelo saluta e se ne va alla chiesa della Martorana. Ha appuntamento con un’incantevole ragazza delle sue parti, che incredibilmente non sa nulla di calcio. C’è il matrimonio da organizzare. Un anno dopo nasce Marzia.

Firma il rinnovo del contratto in bianco. Ha acquisito sicurezza. Pochi come lui sono in grado di restarsene disoccupati per centinaia di minuti per poi salvare il risultato con una sola parata. E nel derby di Catania blinda il punto con cinque interventi da felino. Poi ancora panchina e non ne può più. E’ uno della vecchia guardia, ma con poche presenze. Quasi un rimorchiato: “Dovevo andare con De Grandi. E’ stato un errore. Voglio smettere di giocare”.

“Bravi, bravi. Eravate in due contro uno e l’avete fatto segnare”. E’ nervoso. Para anche l’imparabile nell’ultima col Palermo. Un altro rigore. E va al Siracusa. Si presenta con un rinvio chilometrico che diventa l’assist per un gol. Poi arriva gente come Favero dietro e Biasiolo in mezzo. La squadra gira, sette gol rifilati al Cassino anche se Angelo dopo il quinto se ne va a fare la doccia. E si finisce con la promozione. Non basta: finale di Coppa Italia. Pubblico strabocchevole, c’è l’onorevole Foti e addirittura Concetto Lo Bello. Manca solo Nicola De Simone. E bisogna battere la Biellese anche per lui.

Angelo si smuove solo per un tiro di Lamia Caputo. Dopo ottantotto minuti, Ballarin la butta dentro e il capitano Crippa può alzare la prima Coppa Italia di una squadra siciliana. Lo portano in trionfo. Ma dura poco, perchè Angelo passa, gliela strappa di mano e se ne va, pedinato da migliaia di persone in festa. Prima sotto la gradinata poi sotto la curva.

Adesso Marzia è cresciuta. E lui inizia a trascinarla dappertutto. Non solo per il gelato. Anche agli allenamenti. Lei non lo mollerebbe nemmeno per un secondo. Rimane lì a guardarlo. Anche quando fa freddo. Anche contro la polvere dello scirocco. Rimane lì, dietro la porta.

E poi all’Akragas e a Canicattì, Angelo vince il campionato.

Finchè non è il momento di smettere. La base rimane Agrigento. Qui la famiglia Bellavia compra un terreno in contrada Cannatello e Angelo può realizzare un complesso sportivo con scuola calcio. E mette su una ventina di bungalows per ospitare i turisti. C’è molto lavoro soprattutto d’estate e Angelo sembra preso da un’ansia, da un’urgenza. Arriva anche il più forte Licata di tutti i tempi.

Quando muore papà Alfonso, Angelo diventa frenetico. Si alza alle sei del mattino per andare a fare la sua lezione di educazione fisica. Torna a casa solo per mangiare e si butta nell’altra attività. Con quelle mani che hanno parato su Bettega e Anastasi , fa tutto. Anche l’idraulico. Lo mandano ad insegnare alla scuola Quasimodo di Licata e i tempi si restringono. La sua forza di tradurre in risultati concreti le buone intenzioni risiede tutta lì, nella carica nervosa che riesce a imprimere alla propria macchina umana. Sempre ai limiti della rottura.

E il morbo inizia a corroderlo dall’interno. Marzia gli ripete che non può reggere: “A mio padre mancava il calcio, giocare le partite. Non si rassegnava. Continuava a rassicurare tutti: C’ha fazzu. Io sono acciaio. Ma era entrato in depressione”.

Nell’agosto del 1989 Angelo si taglia i tendini dei polsi. Non vuole ammetterlo e racconta di essere stato aggredito. Con mirabile sincronismo qualcuno in città costruisce una storia di corna. Ci attacca anche il cappello della mafia, l’ imperdibile occasione di genuflettersi.

Si trasferisce con la moglie ad Asiago da un parente. E insegna anche lì. Marzia però non li può seguire, perché è in pieno anno scolastico: “Rivedo mio padre a Natale. Era andato da uno psicologo, ma non era più lui. Era spento, inespressivo. Non l’avevo mai visto così. Gli ho comprato un regalino. Si è messo a piangere”.

Angelo ad Agrigento torna in estate. E suo fratello gli racconta di quella voce sinistra che è girata in città. Lui non riesce a reagire. Quegli sguardi famelici nelle strade del centro sono il colpo di grazia. Nel pomeriggio di giovedì 17 gennaio 1991 decide di farla finita. La squadra Mobile di Agrigento e i carabinieri accertano che la causa della morte è il suicidio, ma qualcuno dal suo patetico angolino sta già ricamandoci sopra.

“Ci sono stati vicini gli amici. Chi lo conosceva bene, sa che sono tutte cazzate. Per me sono stati sedici anni così intensi. Mi ha insegnato tante di quelle cose. Devo anche a lui l’amore per lo sport. Adesso cerco di ricordarmi la sua voce, ma non la ricordo più tanto”.

Oggi come ieri, quelli come Angelo vanno rimossi, ricacciati in una dimensione lontana, il più possibile. Come dei diversi. Come figurine di un album che non esiste. E questo non aiuta ad asciugare le lacrime di chi lo ama immensamente.

Marzia ha un figlio che fa il calciatore. Ha quindici anni, gioca nella Sancataldese. Lo vogliono in serie B. E a proposito, gioca in porta.

a cura di Ernesto Consolo

Grazie a Marzia Bellavia, Peppe D’Andrea, Basilio Borgo e Vincenzo Di Blasi. Tutto il Siracusa Calcio per la foto di copertina. Bibliografia: Il Giornale di Sicilia, L’Ora, La Gazzetta dello Sport, La Sicilia, La Stampa, Il Corriere della Sera, la Repubblica.

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