Quella sera la Juve l’aveva prenotato senza che lui lo sapesse. Né qualcuno s’era accorto della sua presenza in campo. Anche perché tutti guardavano Pelè da una parte e Sivori dall’altra. Era giugno del ’63 e l’amichevole era Juventus-Santos a Torino. Poi parte in ricognizione il consigliere Boniperti: di quel numero 8 apprezza capacità di tiro e freddezza sotto rete. E non costa molto.

L’offerta della Juve ha proiettato per la prima volta Claudio Nenè sulle prime pagine dei giornali brasiliani. Ma mentre per Amarildo c’è la ressa davanti casa per impedirgli di partire, davanti a casa Nenè non c’è nessuno.

Alle tre di notte del 20 luglio sembra saltare tutto. E non per soldi. Perchè suo padre Erminio Nenè, ex-terzino destro del Santos e ora soltanto elettricista, non vuole che parta: “Mio figlio è un bambino. Non conosce niente, tranne la strada da casa nostra al campo di calcio”. Non ci sta nemmeno la sorella, che il 7 settembre si sposa.

E la madre è scatenata: “Almeno per il matrimonio di sua sorella devono lasciarlo partire. Siamo sempre stati uniti nelle giornate di magra. E’ giusto che lo siamo anche a questa festa. E poi adesso la fortuna sta bussando alla nostra porta”. Lui non sa che fare: “Da qualche giorno ho iniziato a credere nei miracoli. Se mi concedessero anche questa licenza, sarei l’uomo più felice del mondo. Ho qualche speranza. Sono stato a Torino qualche tempo fa e ho capito che là sono tutti buoni”.

La situazione si sblocca. Claudio Nenè arriva il primo agosto con volo da Rio. Appena sceso, gli chiedono l’autografo: ”Chiedetelo ad Amarildo. C’è anche lui”. Ha un sorriso frastornato, controlla il portafoglio. Ci sono figurine, ma non dei calciatori. Sono santini: “Che faceva prima di giocare a calcio?” “Aiutavo mio padre che fa l’elettricista”. “Sì, ma che faceva?” “Lo accompagnavo”.

La Juve voleva prendere il signor Garrincha e invece è arrivato lui. Si ritrova tutti gli occhi puntati addosso. Sembra sempre placido, riflessivo: ”Pensavo che sarei venuto in Italia l’anno prossimo. Giocare per me è stato un fatto istintivo. Non mi sono applicato allo studio di qualche giocatore in particolare. Mi è sempre piaciuto Pelè, ma più di tutti Zizinho del Bangu: la fine del mondo, un centravanti come non ne abbiamo mai più visti”.

Lo eleggono centravanti, ma Nenè sembra avere il passo più da mezzala e la falcata lunga, da contropiedista. Lui va sguinzagliato per gli spazi larghi, per la progressione.

E con Del Sol e Sivori serve invece il dialogo sul breve.

All’inizio è a suo agio nel 4-2-4 di Amaral. Rientra anche e duetta con Sivori. Il 29 agosto è fuori di sé dalla gioia. Non l’avevano mai visto così. Lui di solito ride senza capire granchè d’italiano. Ripete “Tuto ben, tuto ben”. Ma quel giorno è felice, balla: finalmente ha ricevuto una lettera dei suoi genitori. Non aveva notizie da un mese. Ma al matrimonio della sorella non lo fanno andare: alla Juve è più facile avere un perdono che un permesso.

Nell’esordio con la Spal tira da tutte le posizioni: “Giocano stretto i difensori in Italia. Come si fa a trovare spazio per far gioco? E poi non capisco perchè quel calcio che ho preso a palla ferma”. Tiene alti i gomiti senza avere l’indole dello sfondatore. Se ne divora due col Bari. Sembra una giornata storta. Prende anche un colpo alla schiena. Poi si rialza e mette la prima firma dopo un bell’aggiramento.

Segna ancora a Marassi con un’incornata e replica nel derby con una sassata da lontanissimo. Impara in fretta. Il primo discorso di senso compiuto in italiano già a novembre: “Se noi prendiamo su piano di gioco, riusciamo a vincere, sono sicuro. Vorrei tanto segnare un gol. Ma uno lo farà Sivori. Buongiorno“.

A San Siro contro il Milan, idea di Sivori, lui fa un sombrero a Pelagalli poi tocca male sull’uscita di Barluzzi. Si rifà subito dopo perchè ha anche grande elevazione. Anzi a qualcuno sembra che la specialità di Nenè sia proprio il colpo di testa: “Menichelli arretra a centrocampo e la dà a Leoncini in posizione di ala sinistra. Sul cross mi sono buttato a corpo morto. Ero circa a mezzo metro a destra del palo, quasi sulla linea di fondo. Sono riuscito a deviare proprio nell’angolino”. Cinque gol in sei partite, capocannoniere.

Anche la Juve è prima, ma per una settimana.

Cacciano via Amaral e Nenè ci rimane male. Poi entra quasi in letargo, non segna più. Forse c’entra l’inverno oppure le poste che non recapitano lettere. Si affaccia e vede il Combi innevato: “Non capisco perché si giochi anche quando c’è la gelatera. Io preferisco il fango, ma sulla gelatera ho paura di farmi davvero male. Debbo farci l’abitudine. Così posso inviare buone notizie a casa”.

Un giorno gli arrivano sei lettere dal Brasile tutte insieme. Nemmeno questo basta per ridestarsi. Contratto quasi in uno spasmo, tuta e guanti anche nella partitella. Tocca a un compagno come se fosse sempre in disimpegno. Poi inizia a sbagliare anche il facile. Finisce fuori squadra. Così la domenica riesce ad andare a messa. Si alza alle sette e mezzo, qualche disco di bossa nova e un accenno di samba. Esce per la passeggiata. Ha sempre un codazzo di bambini che lo studiano. Parla con tutti, sorride. Abita con Carlo Mattrel, perché così è stato deciso. E Patrizia Mattrel è una delle tante italiane che s’innamorano di lui.

Patrizia è la bambina bionda di cinque anni e mezzo che corre per casa, la sorella di Carlo. Nonostante la maestosità di Nenè, lo considera un compagnetto, anzi quasi un giocattolo.  Installa una bambola al posto del palo destro e un orsacchiotto per quello sinistro: “Dai Nenè che te li paro tutti. Così le mie amiche mi guardano”.

Quando Patrizia esagera, Carlo le promette: “Se non fai la brava, mando via Nenè”. Finchè la Juve non lo manda via davvero. Nenè viene richiesto da mezza serie A: Catania, Genoa, Lazio, Messina, Mantova, Varese.

E Cagliari.

E’ il 6 agosto 1964. Al banco del bar della Malpensa c’è un gruppo di belle ragazze. Confabulano. La discussione improvvisamente si accende: “Ma quello è Nenè” “Cosa dici? Lascia fare. Lo conosco bene io. Nenè è più piccolo”. “Eppure è proprio lui”. Nenè si gira all’improvviso e non ci sono più dubbi: “Ma che bello..… E’ Nenè, è Nenè”. Lui alza le braccia, saluta.

Niente da fare, è già fidanzato con una ragazza di Torino. Deve abituarsi ai viaggi in aereo se vuole giocare: “Ho passato ventidue giorni bellissimi a Santos. In famiglia. Alla Juve non mi prendevano molto in considerazione. Ero uno dei tanti e poi non girando l’intera squadra, anch’io rendevo meno. Al Cagliari punteranno su di me e ritroverò la fiducia nei miei mezzi. Farò la mezzala. Voglio giocare dietro le punte. Avrò modo di spaziare e cercarmi i varchi per andare a rete. Sono certo che sarà l’anno della mia definitiva affermazione in Italia perché conto di restarci fino alla fine della carriera. Poi tornerò in Brasile a lavorare”.

Prende in simpatia Gigi Riva: “Nenè vede il gioco con intelligenza illuminata. Va via come una saetta e pesca sempre l’uomo smarcato. Per me è davvero una pacchia giocarci, perché le corse mozzafiato e gli scatti improvvisi sono le mie armi ”.

Quasi subito si trova davanti la Juve a Torino. E la neopromossa tiene. Lui ha la palla per vincere, arma il destro: serve un miracolo di Anzolin. “Ce l’ho messa tutta. Non volevo fare brutta figura con chi mi aveva messo alla porta”. Viene accolto da trionfatore al ritorno all’aeroporto di Elmas. Eppure è stato solo 0-0: “A centrocampo ho più spazio, posso partire da lontano e gioco come in Brasile. Ci provo un gusto matto a stare in questa squadra. L’ambiente è tranquillo ed è quello che mi interessava”.

Poi una serie negativa. Lui telefona tutti i giorni a casa Mattrel, è lì la sua saudade. Il Cagliari intanto è ultimo. Nemmeno Silvestri sembra crederci più: “Nenè tutti i giorni ne ha una. Può giocarmi bene solo un quarto d’ora e non possiamo permettercelo”.  

E la svolta: “Silvestri mi ha trovato una collocazione più adatta alle mie caratteristiche, ma anch’io ho cambiato mentalità: gioco più per la squadra. Prima pretendevo che gli altri giocassero per me. Ho una gran voglia di prendere a pedate la palla, di metter dentro qualche tiraccio dei miei. E in partita vera, perché solo nei novanta minuti d’impegno riesco a esprimermi compiutamente e sento il gusto del gioco”. A Foggia la seconda vittoria consecutiva in trasferta. Difesa accorta e negli spazi le sue scorrerie: a tre minuti dalla fine lancio di Greatti, lui stacca Bettoni ed è solo davanti al portiere. Se l’allunga, forse troppo. La riprende e crossa per Riva, che al volo chiude nell’angolo.

“Per me il campionato sarebbe dovuto cominciare ad aprile”. A Bologna, fa doppietta: prima raccoglie una punizione di Riva respinta dalla barriera e infila Negri. Poi corner di Greatti, sponda di Riva, lui stoppa col mancino e la gira di destro sotto la traversa. Tutto al volo. Si chiude a metà classifica.

“Cera, Rizzo e Greatti si conoscono alla perfezione. Dove non va uno, va l’altro e viceversa. Questo secondo anno di A siamo tempratissimi in difesa dopo il battesimo del fuoco dell’anno scorso. Subiremo meno gol. Su questo sono pronto a giocarmi la camicia. E poi in porta c’è Carletto”. Perché il Cagliari ha comprato Mattrel.

Se non fosse per il colore della pelle sarebbero fratelli. Il 12 dicembre 1965 si presentano insieme contro la Juve. C’è un mani di Longoni e rigore per loro. Mattrel balla sulla linea. Forse è un disco di samba. Tira Del Sol: parato. E Nenè fa tutto, anche il difensore.

Per valorizzarlo servirebbe un altro tecnico. Uno che in quello splendido gruppo lo riconverta definitivamente a metà campo. Uno che proceda per sottrazione. Uno come Manlio Scopigno: “Nenè sa difendere e impostare. Va via bene sulle fasce, invita Riva alla fuga e lo trova con il lungo cross. Potrebbe coprire con la stessa efficacia ben tre ruoli: ala, interno e mediano di spinta. Ma è un po’ sacrificato come ala. Trovatemene uno così. In mezzo al campo, è quello il suo posto. Ormai è maturo per prendersi le sue responsabilità. Voglio proprio vedere chi si dimostrerà il miglior centrocampista in circolazione. E’ un grande, professionista autentico, come quasi tutti i brasiliani. Vive per il calcio in tutte le sfumature, sempre attento e concentrato. Mai nulla è lasciato al caso. Tutto è ragionato e calcolato. Se fosse italiano, entrerebbe in Nazionale e non ne uscirebbe più, garantito. Potrebbe giocare anche in porta. Ha stupito anche i dirigenti del Santos. Non lo riconoscevano più”.

C’è una prima striscia di risultati. Nenè mette il turbo al centrocampo. Col Venezia, sale in cattedra: prende due traverse in due minuti, detta quattro assist per quattro gol: “Questi anni in Sardegna mi hanno fatto molto bene. Quando venni in Italia, ero una mezzala, ma alla Juve mi impiegarono come centravanti. Era un ruolo che mi piaceva, perché quasi tutte le domeniche riuscivo a segnare, ma è evidente che le mie migliori prestazioni le ho fornite da mezzala e da mediano. La nostra forza è il ritmo, possiamo battere chiunque”.

Il 3 dicembre ’67 si passeggia all’Olimpico. Riva rapido per Greatti e poi a Nenè. Lui semina Losi e infila Ginulfi all’incrocio. Nella ripresa vince un contrasto davanti alla sua area, sgomma e riparte leggero. C’è qualcuno che prova addirittura a stenderlo, ma inciampa e va faccia a terra.  Novanta metri di corsa armoniosa, palla al piede.

Nenè arriva sul fondo e centra per la stoccata comoda di Riva , 3-2: “Non ho fatto niente di eccezionale, proprio non mi sembra. E’ un piacere giocare in una squadra in cui ci si intende a occhi chiusi”. Si nutre del silenzio della Sardegna. E del rispetto, della forza vitale, l’ energia. Sembra in quella squadra da dieci anni. E quelle corse all’indietro non sono sprecate: “Mi sono specializzato in questo lavoro. A turno torniamo io e Greatti. Con questo non è detto che io non tiri più in porta. Se vedo l’occasione tiro, eccome. Ma di solito preferisco passare al compagno meglio piazzato”.

Quando il Cagliari perde l’imbattibilità interna dopo ventidue mesi, curiosamente lui è fuori per infortunio. Rientra e su due piazzati procacciati da Boninsegna, fa doppietta al Varese. E’ il migliore nelle classifiche di rendimento del suo (presunto) ruolo davanti ad altri “7”. Se ne accorgono e lo spostano nella categoria “jolly”.

Poi gli danno da marcare il signor Helmut Haller e la Juve cade all’Amsicora.

Non ne sbaglia una che è una. Poi quattro passi sotto i portici. Si ritrova sempre intorno gruppi di bambini. Si ferma a parlare. Poi li saluta e se ne va. Ma quelli lo inseguono. Mette da parte i dischi di samba, adesso c’è sempre e solo Mina:  “Non so se abbiamo la mentalità da scudetto. Continuiamo a giocare in assoluta serenità: è già qualcosa. Molti altri miei compagni meritano la Nazionale. La meritano anche Riccio, Piero e Bobo”. Tradotto: Greatti, Cera e Boninsegna. Ne prende due su tre.

E’ anche il miglior amico di Mario Martiradonna. D’altronde sono tra i pochi a rimanere a Cagliari quando ci sono le convocazioni in azzurro. E’ lui sull’aereo che lo consola perché Mario ha una paura matta di volare: “Vieni qua Bongo, dammi la mano”. E non gliela lascia fino all’atterraggio.

Gli danno il 6, poi il 10, il 4. Quasi sempre l’8. Silenziosamente il centravanti sbagliato è diventato calciatore totale. Scandisce anche i tempi dello scudetto: “Nelle partite difficili basta andare in campo pensando di dover affrontare avversari come tutti gli altri. Non lasciarsi prendere da timori reverenziali o dall’emozione. Poi con un po’ di fortuna tutto diventa possibile”. Quando sembra fatta, proprio lui smorza gli entusiasmi. Ci sono Palermo e Bari in casa. Come studiasse da allenatore: “Non sarà facile. Sono due squadre che hanno necessità di punti per motivi differenti dai nostri. E’ augurabile che il loro comportamento non ci innervosisca al punto da farci perdere la tramontana”. Chiude la partita col Palermo scaraventando da fermo all’incrocio.

Nello spogliatoio sono tutti ricoperti di champagne. Nenè danza. Forse è samba. E parla. Sono frasi incomprensibili. Non è italiano e nemmeno portoghese. Riva singhiozza, prende a pugni un armadietto. Lo abbraccia. Entra l’arbitro De Robbio, fa i complimenti. Nei corridoi si fa largo una donna. Sui quarant’anni, ha con sè una bambina che sembra sua figlia. Provano a fermarla: Ma dove va? Le donne non sono ammesse negli spogliatoi. I calciatori non sono mica vestiti. Lei approfitta della confusione. Entra nello spogliatoio senza neanche bussare. Deve fare una cosa: congratularsi con Nenè e fare una foto con lui. Soltanto questo.

E viene accontentata.

Poi svanisce.

Per l’ultima di campionato il mister gli dà la fascia di capitano. Forse perchè lo stadio è quello di Torino. Una passerella, è 4-0. Ma c’è la Coppa Italia, vietato distrarsi ordina Scopigno: “Lei Nenè, perché stamattina ha saltato l’allenamento?“. “Sono andato a fare un telegramma a mio padre, in Brasile. Compiva gli anni, era il suo compleanno”. “Mi scusi, non avevo capito”.

Alla fine del mese Nenè va all’altare. La ragazza è sempre la torinese, si chiama Fiorella Bella. E il cognome è vero. Testimone dello sposo è Manlio Scopigno. Che dichiara che della Coppa Italia non gliene importava nulla.

Ed è vero anche questo.

Quando si rivedono dopo quarant’anni , la squadra si stringe intorno a Nenè. Lo accarezzano. Poi a Gigi Riva tocca l’intervista istituzionale, per scavare nei ricordi. Sceglie quello che è sfuggito a tutti. Quello del pomeriggio di Mitropa, allo Sport Club Platz di Vienna. Anche quella volta qualcuno inseguiva Nenè, come quei bambini. E Gigi Riva lo racconta esattamente così: “Giocavamo col Wiener. Un tifoso salta la barricata e comincia a picchiare Nenè. Molto probabilmente era un razzista. A quel punto è partita tutta la squadra proprio in difesa di Nenè e io ho avuto la fortuna di trovare quello che lo stava maltrattando. Mi veniva incontro. E io gli ho dato un cazzotto”.

a cura di Ernesto Consolo

Bibliografia: La Gazzetta dello Sport, La Stampa, Il Corriere della Sera, Videolina, Sardegna1. Foto Panini .

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