Quel giorno Paride deve prendere una decisione. Non può rimandarla più. Non fa che arrovellarsi. E’ quel desiderio impotente di partire e restare allo stesso tempo. Quella storia l’ha ridotto in pezzi e non vede una via d’uscita. E adesso possono aiutarlo solamente i ricordi, perché coltivarli di solito è fonte di forza.

“Mi sono sentito così solo quando mi sono fratturato. Facevo la mezzala nel Casalecchio, avevo il numero 10. Mi sembra fosse il 12 maggio del ‘57, quarta serie contro l’Ozo Mantova che, tra l’altro, era fortissimo. Vincemmo 2-1 con l’uomo in meno per tutta la ripresa. Prima di farmi male stavo giocando stupendamente. E ho perso un anno”.

Paride cresce nell’Aquileia, la squadra del suo paese. In quel tempo lo scouting del Bologna rastrella il meglio della stirpe friulana. Infatti al Casalecchio, Paride era andato solo in prestito. Poi può tornare al Bologna. Gioca prima con i rincalzi. Passa di lì Alfredo Foni e apprezza: “Tenetevi stretto Paride Tumburus, è un ragazzo che vale”.

E il giorno di Capodanno del 1960 Paride lo trascorre in campo per l’esordio in A: deve fare il terzino al posto di Johnny Capra. “Si gioca contro il Vicenza. Curiosamente c’è il Vicenza all’inizio della mia storia e alla fine. Era un recupero di campionato”.

Quel Bologna è una squadra giovane dove crescono i signori Bulgarelli, Perani, Fogli, Fascetti, Renna, Pascutti. E quel giorno Paride è tra i migliori: blocca l’avversario diretto e rilancia preciso. Non male per uno che non è neanche un terzino, ma un centromediano. La prova del fuoco è contro John Charles. Che alla fine gli fa i complimenti: “Quel Tumburus è bravo. Proprio un difensore all’inglese. Davvero uno corretto”. Ma quella domenica sir John ha fatto due gol.

Paride è uno solido, generoso, ma economico nei movimenti e quindi resistente alla fatica. E indistruttibile nel tackle. Non solo. Non sciupa una palla, sempre pronto per uscire disinvolto, per sventagliare e per qualche blitz in area nemica. A giugno contro il Padova il primo gol in A: “Scambio Campana-Fascetti, io la tengo bassa per battere Pin”.

Nessuna vacanza. C’è il ritiro con l’Olimpica: “Ci mandano dalle parti di Grosseto. Molto mare, pallavolo. Le gite come quella al lago di Albano. La sera guardavamo i film con Jerry Lewis”. Paride si gioca il posto con gente come Trapattoni, Salvadore e Burgnich.

Il primo settembre battuto il Brasile, si va in semifinale. Con la Jugoslavia la sera del 5 settembre 1960 al San Paolo gli azzurri dominano, ma è 0-0. Nei supplementari al centosettesimo segna Galic. Palla al centro e si boccheggia, sembra davvero finita. Poi Paride parte , trova uno spiraglio a destra e ci si butta. Chiede triangolo, passa in mezzo a mezza difesa jugoslava. Sull’uscita del portiere, incrocia il destro: 1-1. E’ il centonovesimo minuto .

“Si decide al sorteggio. E non ci fanno neanche assistere. Ce lo comunicarono nello spogliatoio: uscì Jugoslavia. Noi in albergo rifiutammo anche la cena. Viani e Rocco stabilirono: Andate a dormire. Svegliatevi quando vi pare e mangiate quello che vi pare. Se decidessi di smettere , mi mancherebbe anche una giornata come quella. E tante col Bologna”.

“Perfino quella palestra. Ci allenavamo lì d’inverno perché l’antistadio era sempre innevato e nessuno spalava”. Intanto a far coppia con Paride al centro della difesa è arrivato Franco Janich. E’ friulano come lui e, si sa, tra friulani ci si capisce a volo. E’ la più forte coppia centrale difensiva del Bologna del dopoguerra.

Ed è pronta per le mostrine azzurre. Li provano con la B contro la nazionale ungherese e a Paride tocca nientemeno che Florian Albert: gli scappa una volta ed è gol, ma ci sta. Parte per i mondiali: “Poi si fa male Trapattoni e mi mandano in campo quel giorno a Santiago”.

E adesso incredibilmente gli manca anche quella. La sua prima in Nazionale anche se sembra l’ultima partita possibile. Mentre volano calci, pugni, sberle da tutte le parti e cartellini solo da una parte, lui tampina l’uomo come si deve. Poi se ne torna buono in tribuna: “Con la Svizzera il pubblico ci ha applauditi. Ma quegli applausi sono stati il coronamento dell’atteggiamento ostile del pubblico cileno nei nostri confronti. Era soltanto una presa in giro”. Rientra in tempo per sbancare il Prater di Vienna. Senza sbagliare un intervento .

Paride viene eletto il nuovo Serantoni, perché sulla sua corazza s’infrange una fila di centravanti stranieri della serie A, prevalentemente sudamericani. Ti accorgi della loro presenza solo al momento del calcio d’inizio e, in caso di gol del Bologna, alla ripresa del gioco: Altafini, Sormani, Calvanese, Seminario, Merighi, Pagani. Una domenica Paride concede un gol a Hitchens, ma a quel punto il Bologna ne aveva già fatti quattro.

Nel confronto con Amarildo invece volano due cazzotti, uno per parte: “Se meno io, mi mandano fuori e amen. Se gli altri menano me, mi mandano fuori lo stesso. Tanto vale, allora, reagire davvero. Si vede che Amarildo mi ha scambiato per Furlanis. Io non avevo avuto niente a che fare con lui”. Quando il Bologna inizia la sua incredibile serie positiva, Paride è fuori squadra. Se ne va anche in viaggio di nozze.

Rientra in tutta fretta il 22 dicembre ’63 . Si batte il Mantova, ma il dottor Bernardini lo rimprovera : “Bene Tumburus, ma poteva evitare quelle sgroppate in avanti visto che è a corto di fiato”. Poi fanno fuori anche la Juve e il primo posto è a un punto: “Noi ormai abbiamo imparato l’arte della chiusura ermetica. Aveva ragione il dottore: io e Fogli ci siamo disciplinati meglio sul centrocampo, comprendendo alla perfezione certi compiti che l’anno prima interpretavamo controvoglia” .

Fino alla partita dell’Olimpico contro la Lazio. Prima dell’inizio il dottore sfotte: “Lei, Tumburus, non è uno veloce. E non ha nemmeno un calcio molto forte. Deve essere un mostro d’intelligenza se riesce anche ad essere un buon calciatore”.

Alla mezz’ora si va in vantaggio: “Corner battuto per Haller , Governato respinge corto e io ero ostacolato da Rozzoni, ma l’ho bruciato sullo scatto. Sono arrivato sparato e ho colpito di sinistro mirando l’angolino. Il portiere Cei non l’ha neanche vista. Ma non è vero quello che racconta Ezio Pascutti , non l’ho colpita di punta. Di mezza punta . E poi sono i tiri più difficili”. Il Bologna è primo in classifica .

Battuto anche il Milan, salta fuori il sospetto di doping: “Non sono riusciti a batterci sul campo. Vogliono rifarsi inventando gli scandali”. Neanche stavolta perde la testa. Samp battuta 1-0 e in nove contro undici. Resiste solo l’Inter fino allo spareggio.

Paride diventa papà di una bambina meravigliosa e, già che c’è, campione d’Italia.

“Fin troppo facile. Io quel pomeriggio la grande Inter non l’ho vista. E dopo dieci minuti ho capito che avremmo vinto perché loro non erano aggressivi , né avevano lo slancio di sempre”.

Nelle secche della terza linea di quella squadra accadeva di tutto: “Una domenica, triplice fischio e Johnny Capra va dall’arbitro Politano a chiedere: “Secondo lei si può fare l’università saltando il liceo?”. E l’arbitro: “Non so. Ma perché me lo chiede?” “Perché lei è un arbitro di serie C che dirige partite di serie A”. Becca solo due giornate per fortuna.

E quella volta con la Juve: esce senza avvertire per allacciarsi la scarpa e prendiamo gol dalla sua parte.

Poi Furlanis, che prende una gomitata da Firmani. L’impatto è stato fortissimo. Furlanis barcolla e perde quattro denti. Dopo dieci minuti, prende un colpo al piede. Va da Johnny Capra e gli chiede: “E ora che faccio?” “Stringi i denti, stringi i denti”. Furlanis continua a correre. Non l’ha nemmeno mandato affanculo”.

Di solito, Paride è uno di poche parole. Se si dilunga è solo perché ha capito che è cambiato tutto. Ha perso anche quello sguardo, dolce e un po’ astuto. Si fa un caffè: “La Coppa dei Campioni è finita quasi subito , colpa di un altro sorteggio. E’ stata una mazzata. Noi al Bologna non eravamo abituati ai colpi di sfortuna. Pensavamo toccassero solo agli altri. Ma non c’era lo stesso impegno . Nell’estate del ‘68 il Bologna mi cede al Vicenza. Ero praticamente inattivo da un anno. C’erano dei dubbi fondati sulla tenuta del mio ginocchio e al momento dell’ingaggio vennero messi sul piatto dal presidente Farina. Rischiavo il taglio dopo due mesi”.

Domenica 5 ottobre, Paride esordisce in casa proprio contro il Bologna: migliore in campo . E all’ottantaquattresimo riprova uno dei suoi assalti alla baionetta: sul cross di Volpato , la spizza Biasiolo e lui gira al volo di sinistro dove Vavassori non può arrivare. “Nessuna polemica dopo tredici anni al Bologna, ma oggi non mi andava di dividere la posta con loro”.

Il Vicenza a metà campionato è ultimo in classifica da solo, fortemente indiziato di retrocessione.  E Paride è quello reperibile in qualche posto del centrocampo. Deve caricarsi la squadra sulle spalle: gol al Torino poi doppietta all’Atalanta. “Le punte fanno un gran movimento, nessuno crede alle mie avanzate e io vado”. Sei gol in una stagione e salvezza: “L’anno dopo mi faccio male a Cagliari e devono operarmi al menisco. Quella di Cagliari è stata la mia ultima partita in serie A”. Nel luglio ’70 Paride ha trentun anni ed è obsoleto, non serve più.

“A quel punto il Vicenza mi cede al Rovereto, che mi valuta ventotto milioni . Comincio bene , ma dopo dieci partite il nuovo allenatore Giorgis mi mette da parte. Forse gli facevo ombra. Gioco solo quattro volte , tra l’altro senza percepire una lira”.

“Albertini, il presidente del Rovereto, mi comunica che , se voglio, posso anche andarmene a casa. Ma io a Rovereto avevo portato la famiglia. Pretendevo che venisse rispettato il contratto e continuai ad allenarmi regolarmente. E Albertini propone di riscattarmi la lista, chiedendomi due milioni. Questo era il mio valore all’inizio di giugno del 1971”.

E tra Vicenza e Rovereto si va alle buste . E’ la procedura per quelle società che non trovano consensualmente l’accordo su un calciatore in comproprietà. C’è Petrini che passa dal Torino al Milan per settanta milioni, Montefusco invece va dal Foggia al Napoli per novanta. L’offerta del Vicenza per Paride Tumburus è esattamente 175 ( centosettantacinque ) lire, quella del Rovereto è 25 ( venticinque ) : “Mi trovavo al mare e apprendo che valgo centosettantacinque lire . Non solo . Il Rovereto ne ha offerti ancora meno, venticinque. Provo tanta rabbia, tanta vergogna. La rabbia di chi non può fare nulla e si sente alla mercè di persone che decidono il suo destino . Sento un’umiliazione che ha quasi cancellato la gioia dei miei successi di un tempo. La nazionale olimpica di Roma, la maglia azzurra ai mondiali, lo scudetto e dieci campionati di serie A”.

Non servono doti investigative per sospettare un accordo tra le due società, ma nessuno è in grado di dimostrarlo. E’ il trucco delle cosiddette buste consensuali . Come un’esecuzione: “Costo meno di questo caffè . Ci considerano come bestie , vendendoci senza un minimo di dignità e di rispetto. Sono stato ingiustamente umiliato dal presidente Farina.  Ma se io valgo centosettantacinque lire, lui e quello del Rovereto, come uomini, ne valgono cinquanta ”.

Paride esce. Salta in macchina. Non riesce meccanicamente a ripetere le manovre. Ma stavolta una decisione l’ha presa: ci dà dentro. Non ha mai corso così. Non la controlla. C’è una signora. E’ anziana, sta attraversando. Paride si ferma. Riparte. Corre. Perché ne ha ancora voglia. Poi ondeggia in curva, la riprende. E la polizia stradale lo ferma per eccesso di velocità. Gli agenti dovrebbero multarlo di seimila lire. Poi vedono Paride Tumburus sul libretto di circolazione , lo riconoscono. Scoppiano a ridere: “Se lo hanno valutato centosettantacinque lire, non ne avrà certo seimila da dare a noi “.

Il presidente del Vicenza ammette che si è trattato di un errore. Dà le dimissioni. Un paio di giorni e ci ripensa : “Sono andato da Farina. Era seccato per quello che ho dichiarato . Mi ha comunicato che non intende tenermi . Mi lascia libero. E cercherà di piazzarmi in una squadra di serie D”.

Sul mercato Paride Tumburus è diventato il bene fungibile, accessorio, ritrattabile. Meno che marginale . Si ritrova attaccata addosso l’etichetta del prezzo. Lo schiaccia: “Voglio andare a giocare , almeno in serie C . Ma non me la sento più di andare in campo. Sono anche un uomo non soltanto un calciatore. Il pubblico è spietato: sono certo che al primo errore griderebbe Si vede che vali centosettantacinque lire, vattene a casa “.

Perché la fama ha vita molto breve. E’ l’infamia che dura più a lungo: “Per uno nelle mie condizioni, pensare al futuro è un bel problema. Continuare a giocare? Ma in quale squadra, visto quanto sono stato valutato. Fare l’allenatore ? Già , ma come si fa a dare ordini a un calciatore che , magari in un momento di rabbia , ti rinfaccia di essere stato valutato meno di duecento lire ? Sicchè quel numero 175 è diventato un’ossessione per me. Anche se , pensandoci bene, un’altra soluzione ci sarebbe”.

Si aggrappa a un ex-compagno di squadra. Si chiama Sergio Campana e fa l’avvocato . Ma anche il presidente dell’Associazione calciatori.

Sbatte i pugni come solo lui sa fare.

Il primo febbraio 1972 si riunisce il collegio arbitrale per valutare la posizione di Paride. Salta curiosamente fuori che non è mai stato nemmeno messo al corrente di essere in comproprietà. Non c’è scritto da nessuna parte. Lo conferma anche Ballico, uno dei suoi ex-allenatori al Rovereto e nessuno riesce a dimostrare il contrario: “Mi hanno fatto firmare un biennale. Mai avrei accettato di andare al Rovereto per un anno solo. Ho anche trasferito la famiglia nella convinzione di appartenere totalmente alla nuova società”.

Chiede sette milioni per la stagione in corso e due milioni e centottantamila lire di arretrati.

E vince. Non si arriva nemmeno a un lodo formale, perché il Rovereto si mette paura e propone la transazione. A Paride spettano tutti gli arretrati e il sessanta per cento delle spettanze della stagione  ’71-’72, per lui mai cominciata.

Finchè valeva quelle due lire, di Paride parlavano tutti. Proprio perché, senza volerlo, aveva bruscamente interrotto la liturgia del mercato pallonaro. Poi Paride deve finalmente decidere. E si rivela un momento di purificazione, quasi beato . Perchè solo quando smette col calcio, torna a valere di più.

E solo che da quel momento di lui non parla più nessuno.

Avrebbe potuto rimanere in un angolo a leccarsi le ferite perché la sua era una storia scomoda più che per il sistema, per le coscienze. Ma l’anno dopo torna. Alla sua maniera, senza farsi annunciare. Si iscrive al corso per allenatori . E altra gavetta, quella non gliela toglie nessuno. Poi sarà ancora giugno. E’ finito giusto dalle sue parti con ragazzi di prospettiva come Gigi De Agostini, Manuel Gerolin, Paolo Miano.

Paride ha qualcosa da insegnare, forse anche come ci si rialza. E’ la primavera dell’Udinese, la più bella di sempre.

E lui sarà ancora campione d’Italia.

a cura di Ernesto Consolo 

Bibliografia: La Gazzetta dello Sport, Il Corriere della Sera, La Stampa, Il Giornale di Sicilia, Il Corriere dello Sport, Il Corriere del Mezzogiorno, Il Messaggero Veneto. Figurine di Claudio Aganetto. Grazie a Paolo Ravelli.

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