“L’uomo ragionevole si adatta al mondo . L’uomo irragionevole persiste nel voler adattare il mondo a se stesso. E’ per questo che il progresso non può venire che da quest’ultimo” (George Bernard Shaw).

Ha tutto pronto per il suo primo mondiale. Michel Hidalgo esce e butta le valigie in macchina perché è in ritardo. Poi mette in moto e parte. Con lui c’è sua moglie, Monique . E’ stato l’ultimo week-end da soli. Vanno a Bordeaux, poi Michel ha l’aereo per Parigi dove l’aspetta la squadra. Michel accelera, anche perchè la strada è libera. Dovrebbero farcela per l’aereo. Ma c’è una Citroen scura che li segue.

Si avvicina. Sempre più vicino. E suona il clacson. Michel rallenta: “Ma chi è?”.  Quello della Citroen suona. All’impazzata. Per segnalare un problema, forse la ruota scoppia. Forse è lui che ha bisogno di aiuto. Michel rallenta ancora. La Citroen li supera . Si mette di traverso e Michel parcheggia quasi in un fosso.

Prova a divincolarsi. Schiaccia il pedale del freno, mette la retromarcia. Non serve perché dalla Citroen sono già scesi tre uomini.  E uno ha una pistola: ordina a Michel di venir fuori rapido. E di seguirlo: “Perché ? Ma cosa volete da me?”. Un altro si siede accanto a Monique: “Tu stai zitta” .

Michel ha sentito qualche parola . Sembrava “Argentina”.  Ma ha una pistola puntata alla schiena. Cammina, lento verso il bosco vicino. Sono una cinquantina di metri. Michel vede alberi e buio, ma solo per un attimo. Perché si gira e riesce a dare un calcio alla canna della pistola. La fa cadere. Poi l’afferra perché non trova resistenza.

Perché i tre rapitori stanno già scappando. Michel ferma qualcuno. Vuole inseguirli , ma non li vede più .

Corre da Monique. La trova, la abbraccia: “Ma cosa sto facendo? Vado ancora in Argentina?”. Lei è terrorizzata. La Citroen risulta affittata a un esponente dell’estrema sinistra francese. Ma sembra più un’azione a carattere dimostrativo. Soprattutto quando la gendarmerie comunica che la pistola recuperata da Michel è vera, ma è anche scarica.

Passano poche ore e arriva la rivendicazione all’agenzia France Press: “Abbiamo il dispiacere di annunciarvi l’insuccesso del tentativo di rapimento di Michel Hidalgo , patron della squadra francese di calcio . Noi volevamo con quest’azione a carattere puramente umanitario 1) attirare l’attenzione sull’ipocrita complicità della Francia, principale fornitore di materiale bellico all’Argentina , che con la sua partecipazione al mundial avallerà le carneficine di Videla 2) domandare la liberazione e la protezione fino alle frontiere di tutti i prigionieri sopravvissuti , delle ventimila persone scomparse , sapendo che è in corso il loro sterminio, al fine di fare piazza pulita per i giochi da circo”. 

Michel s’incontra col presidente della federazione. Ancora tre ore e parla ai microfoni. Sapendo che la platea è enorme. Che il messaggio potrebbe arrivare nei posti più impensati.

Prima racconta nei minimi dettagli: “Ho avuto un riflesso . Sarà stato l’istinto di sopravvivenza. In quel boschetto pensavo di trovare la morte”. Poi passa alle considerazioni: “La Coppa del Mondo non rappresenta più per noi quello che era qualche settimana fa. Ci sono delle deviazioni che rischiano di costare caro allo sport. Comunque la nazionale francese cercherà di scoprire la sorte dei ventidue francesi in Argentina di cui non si hanno notizie . Farà tutto il possibile. Non ci resta che decidere un mezzo di azione”. E queste parole alla giunta militare argentina non piacciono per niente.

Le persone di nazionalità francese scomparse in Argentina sarebbero ventidue, tra cui due suore. Nel momento peggiore della sua vita, Michel dimostra di non perdere la lucidità e di non rinunciare alle sue idee . Conclude da statista: “In Argentina noi non andiamo a incontrarci con un regime, ma con un popolo . E non ritengo che il boicottaggio della Coppa del Mondo sia il miglior modo di comprendere e di aiutare il popolo argentino”. E queste due frasi al regime di Buenos Aires piacciono ancora meno.

Da settimane, in Francia, alcune forze politiche si sono espresse a favore del boicottaggio. C’è stata una petizione che ha raccolto centocinquantamila firme: come quelle di Jean-Paul Sartre, Louis Aragon, Yves Montand e dell’attrice Simone Signoret, che ha addirittura inviato una lettera alle mogli dei calciatori della nazionale, incitandole a far rimanere i mariti a casa.  Esiste anche un “Comitato per il boicottaggio dei Campionati del Mondo”, che però si dissocia subito dal tentato rapimento di Michel.

Lui pensa alle dimissioni. Ha paura per Monique. E non solo: “Alcuni componenti della rosa sono incerti . Non sanno se partire o meno per l’Argentina. La campagna di boicottaggio ha intaccato il loro morale”.  L’indomani alle quattordici, la nazionale francese viene scortata da una pattuglia di gendarmi fino al Concorde per l’Argentina. E Michel viene autorizzato a portare Monique.

Sono passati quasi tre giorni. Nemmeno nel ritiro dell’Hindu Club di Buenos Aires, Michel può dimenticare. Lui dagli ambienti conservatori francesi è sempre stato considerato un po’ troppo di sinistra per l’incarico di allenatore dei Bleus. E dopo essersi esposto contro il regime di Videla, in patria potrebbero rinfacciargli anche questo.

Pantaloni beige e giubbotto in tinta , camicia a scacchi. Senza l’inseparabile foulard al collo: “Non posso negare di essere ancora molto turbato. Io e Monique non dormiamo da due notti. Sul momento non ho avuto paura. Mi è venuta alcune ore dopo , ripensandoci. La cosa che più mi preme adesso è pensare al mundial”.

Anche perché, in Argentina, di politica non si parla: “Siamo qui per giocare a calcio, che è uno sport. E non una guerra . E poi a me il girone di Baires piace. Non solo per ragioni logistiche, ma per il gusto di giocare contro l’Argentina”. Scappa ancora qualcosa a un suo calciatore. E’ Dominique Rochetau: “Il mundial sarà anche la festa del calcio, ma non possiamo ignorare quanto succede qui”.

Rochetau propone anche di giocare con una fascia nera al braccio, ma è in minoranza. La notizia passa sotto silenzio. E poi all’Hindu Club vige la libertà sorvegliata: sono agenti argentini in borghese. Il responsabile di questo personal de seguridad è un tenente colonnello che non si fa neanche vivo. In compenso c’è un suo rappresentante, dal nome che nessuno deve sapere. Calciatori e allenatori vengono seguiti dappertutto. Nessuno può uscire da solo anche per fare un autografo. Chi volesse andare in città o ricevere inviti, dovrebbe avvertire la seguridad almeno ventiquattrore prima.

Il secondo giorno a Michel tocca ancora raccontare il tentato rapimento. Stavolta, a pochi metri, c’è proprio uno della seguridad. Ascolta attentamente. Poi decide di dare il responso : “Certo, ogni paese ha i suoi problemi. Ma per fortuna, noi argentini li abbiamo superati”. Silenzio.

Quella sera, Michel può accomodarsi in poltrona . E poi c’è l’amichevole dell’Italia, deve studiare. Dopo un’ora, si alza e se ne va. Non gli piacciono quelle stanze austere , quasi orwelliane. Dà un’occhiata a un giornale argentino, ma non sembra molto attendibile . E questo se l’aspettava. E poi è del 12 dicembre 1977.

La mattina fa divertire i ragazzi. Li divide in quattro squadre e partitelle su partitelle . Tutte a un solo tocco, spettacolo. Anche se il portiere Bertrand-Demanes fa lo stopper su Lacombe. Michel intanto ha recuperato il foulard. La faccia è più distesa : “Mi merito il titolo di allenatore ecologico: quando vogliono spararmi, lo fanno in un bosco”.

Predilezione per il gioco a zona, con accorgimenti. Michel era provetto apprendista di Kovacs: “Prima è mancata la mentalità internazionale. Ma i recenti progressi del calcio francese nascono dalla collaborazione tra staff della nazionale e tecnici delle squadre di club: l’uniformità di stile e di preparazione. Un lavoro collettivo. Io sono per un calcio totale, ma con giudizio . Perché chi sa giocare solo a uomo , non è un calciatore completo. E chi non prende iniziative, ha paura”. L’atmosfera in patria è positiva. Da mesi. Almeno dalla journèe particulière: il 16 novembre 1977, quando le Bleus hanno battuto la Bulgaria ed è stata qualificazione: “E’ stata la partita più bella della mia vita. Eppure alla vigilia non facevamo altro che scherzare. La Francia ha sempre accolto tutti. Anche mio padre che ha lasciato la Spagna sessant’anni fa. Faceva il meccanico e combatteva per i repubblicani. E il mio sogno è questo: il calcio che sorride e crea. Tante scuole che confluiscano nella Nazionale per farla forte”.

Nel pre-mondiale hanno battuto anche il Brasile. Ma la sera della vigilia, Michel aveva portato tutta la squadra al Crazy Horse  : “Qualche ora di serena discussione con i calciatori è meglio di dieci ore di allenamento. Con loro si vive e si concertano le decisioni . Magari davanti a una bottiglia di Don Perignon. C’è un’adesione comune alla preparazione e alla maniera di giocare. E agli obiettivi. Ma è chiaro che il responsabile resta sempre il tecnico. Siamo imbattuti da più di un anno. Tutto va bene. Qui giocheremo aperti, aggressivi . E per divertirci. Prima di tutto, nel calcio ci vuole tecnica , ci vuole qualità . Il resto viene da sé”.

Sorride. Sdrammatizza. E risparmia a tutti il consunto frasario da piazzista delle conferenze stampa: “Esonero in caso di eliminazione ? L’allenatore è come un fusibile: può saltare in qualsiasi momento”. L’esordio sarà contro l’Italia: “ Lì il calcio è una questione troppo importante . Per noi è un semplice gioco. Possiamo perdere : a Parigi e in tutta la Francia non cambierebbe nulla. In Italia ogni sconfitta determina un dramma nazionale. Mentre l’Argentina è qualificata di diritto . Per tanti motivi. Noi siamo più tranquilli, siamo solo outsider. Abbiamo l’ambizione della giovinezza. Manchiamo di esperienza , certo. Siamo solo all’inizio della costruzione. Ma lo sport è questo: spontaneità e volontà. E non è una guerra”.

Porta sempre con sé un libretto. Appunti, pare. Poi a poche ore dall’esordio, due parole finalmente sulla formazione. Per esempio, in attacco, Michel punta su Didier Six a sinistra.

Quello che scatta ai blocchi e lascia lì Gentile. Poi cross stupendo che sorvola Bellugi: Lacombe incorna nell’angolo . Sono passati meno di quaranta secondi dall’inizio. Poi Bossis si divora il raddoppio. E alla fine si perde: “Quel gol è venuto troppo presto. Ci ha quasi paralizzati. E l’Italia ci ha dato una lezione di realismo. La nostra retroguardia di solito è sicura, ma oggi i nostri terzini non sono stati all’altezza. E poi gli organizzatori mi avevano sistemato una telecamera davanti alla panchina : non vedevo niente. Per noi adesso l’imperativo categorico è vincere le altre due partite”.

Ha visto l’Argentina battere l’Ungheria ridotta in nove da due espulsioni. E Michel non riesce a trattenere le bordate: “Non mi è piaciuto quell’arbitraggio . E poi adesso danno solo una giornata di squalifica ai due espulsi. Certo, per farli rientrare contro di noi”.  Ma ci crede, parla coi ragazzi : “Dobbiamo provarci”. Contro l’Argentina schiera Platini, Rochetau, Six e Lacombe.

L’accoglienza è un rigore inventato  per l’Argentina, 1-0. Ripresa e le Bleus prima vengono su: 1-1, Platini. Poi dominano. Il mancino Six viene spostato a destra. E gli capita il match-point. E’ tutto solo. Vola verso la porta argentina. Gli viene incontro Fillol. C’è un silenzio irreale. E Six mira l’angolino.

Fuori di una lacrima. Dall’altra parte, la nemesi è un destro di Luque dai venti metri che s’infila sotto l’incrocio: 2-1 per l’Argentina. Ancora le Bleus, con Didier Six incontenibile. Tira da tutte le posizioni . Alla fine viene prontamente abbattuto in area: tutto regolare.

Stavolta Michel reagisce così: “Sono cose che capitano. Ma i ragazzi si sono battuti stupendamente. Questa è la mia Nazionale”. Per riflettere sull’eliminazione, tutti in vacanza a Rio de Janeiro.

Serve ancora un po’ di tempo a Michel per completare quella squadra audace e un po’ sfrontata che presenterà ai mondiali di Spagna. Per liberare tutta l’energia creativa e creare Le Carrè Magique, il centrocampo più forte del mondo. Perché per lui, la contemporanea presenza di Tigana, Platini e Giresse non è che una benedizione: “Un numero 10 non lo puoi fabbricare. Ciò che conta è il suo istinto . E con tre in squadra, non avrò problemi . Mi danno dell’utopista, del matto. Ma la strada giusta è questa”. E se gli va, aggiunge Genghini.

Si sgranchiscono alla prima con gl’inglesi. Poi iniziano a giocare: “Perché la bellezza e l’efficienza vanno di pari passo. Abbiamo dimostrato che si può praticare un football di qualità, facendo dei gol e divertendo la gente. Gli irlandesi sono forti di testa? Noi giocheremo col cervello. E poi li abbiamo battuti 4-0 qualche tempo fa”.

Gliene fanno altri quattro.

Lui festeggia, ma a modo suo. Come se avesse davanti un altro regime: “Questo è un mondiale deciso dalla Fifa senza consultare giocatori né tecnici. Sulla nostra pelle grandi calure, orari assurdi, viaggi assurdi. Il football vero conta sempre meno. Manco i palloni per il riscaldamento pre-partita ci danno. Due soli, quando ne vorremmo cinque. Ma io sono il solo a parlare. I miei colleghi leccano i piedi alla Fifa. E sono stufo di microfoni, taccuini. Mettiti qua, mettiti là. Non sono un animale domestico”. Caccia via tutti e si rintana in albergo.

Lì però c’è il telefono. Squilla: “Sono il presidente Mitterand, complimenti”.

Si fermano solo ai rigori della semifinale . E lui non dimentica. Soprattutto l’uscita di Schumacher su Battiston.

Due anni dopo, l’Europeo in casa. In mezzo al campo c’è anche Fernandez, che guarda le spalle ai tre numeri 10. E lui è ancora lì . Per non prendere troppo sul serio: “C’è pressione . Ma io non ho mai parlato di risultati con i miei calciatori. Ho sempre detto di concentrarsi sul gioco e i risultati seguiranno: l’ho sempre pensata in questo modo. E se questo sembra poetico e banale, non m’interessa”. “Almeno può darci la formazione per domani ?” “No, preferirei uscire fuori e ascoltare il canto degli uccelli”. Anche così si diventa campioni d’Europa.

Saluta e se ne va.

“La storia del tentato rapimento mi ha molto segnato. Poteva davvero cambiare la mia vita. E ho sempre cercato di non parlarne. Poi lentamente l’ho come accantonata”. Michel non è cambiato da quel maggio ‘78. Lo stesso finto distacco. Gli stessi occhi azzurri che non si piegano di fronte a niente e a nessuno. Nemmeno davanti a una pistola.

Nel 2006, Michel fonda la sua Academy. Approdo naturale per chi ha giocato e insegnato football. Apparentemente. Perchè la sua è un’ Academy internazionale: ci sono ragazzi francesi e tanti che vengono dal Kenya, dal Ghana, dalla Costa d’Avorio, dal Gabon e dall’Algeria.

Perché lui continua a credere nella libertà e nella fratellanza tra i popoli. Anche quando il vento soffia dall’altra parte. E tutte le volte che entra un ragazzo africano, sulla pagina facebook dell’Academy  ci sono scritte due sole parole:

Welcome e Bienvenue.

a cura di Ernesto Consolo

”Bibliografia: “squawka.com”  , “lemonde.fr”, “lesremplacants.com”, “francefootball.fr”, “lexpress.fr”, “granger.com”, “purepeople.com”, “sudouest.fr”, “croniqueBleus.fr”, “lepoint.fr”, “fifa.com”, “eurosport.fr”, “pkfoot.com”, “lepopulaire.fr”, “cahiersdufootball.com”. Foto Eurosport.

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