Nessuno si è preoccupato alla Juve dopo il sorteggio del primo turno di Coppa delle Coppe: il Lechia Danzica è una squadra della serie B polacca , composta da calciatori dilettanti. Si gioca al Comunale di Torino alle venti e trenta di mercoledì 14 settembre 1983 e Juve in formazione tipo, giusto per dovere di ospitalità. Ma due ore e mezza prima del fischio d’inizio, diciassette tifosi del Lechia si presentano alla sede della questura di Torino: perché hanno seguito la squadra, ma a loro della partita importa meno di un piffero. Consegnano disciplinatamente i passaporti e chiedono asilo politico.

Ci sono ferrovieri, fotografi, studenti, elettricisti, muratori. Quasi tutti fra i trenta e i quarant’anni. I loro nomi non vanno divulgati, per paura di ritorsioni in patria. Uno di loro, in un francese balbettante. Ha le scarpe scavate come la sua faccia: “Mi sono venute le lacrime agli occhi vedendo le vostre vetrine, i vostri negozi carichi di merce di ogni tipo. La gente allegra che cammina senza il timore di essere sorvegliata.

Ed ho pensato alla mia Danzica, alla fila per comprare il pane, agli scaffali dei magazzini di generi alimentari vuoti. Non ci si può rompere la schiena per due zloty. Che non bastano neanche per comprare il pane. Anche perché lì non c’è farina. Non si può lavorare senza avere mangiato. Non si può contrabbandare un pezzo di carne come se fosse oggetto di un furto. E ho detto basta. Avevamo appuntamento con la guida all’ingresso dei cancelli dello stadio e non mi sono presentato”. 

E’ un operaio. Uno dei tanti dei cantieri Lenin di Danzica. E’ lì che batte il cuore del sindacato Solidarnosc, che il regime ha messo fuori legge. Lo progettava da tempo, ma non lo ammetterebbe mai: “Il viaggio è stato terribile. Avevo paura di essere scoperto. Parlavo di calcio con i compagni per apparire naturale, ma il cuore batteva forte. Adesso ho scelto di rimanere in Italia e, se mi accetteranno, di trovarmi un lavoro e ricostruirmi una famiglia”.

Non hanno neanche bagagli. Un solo jeans. Qualcuno è riuscito a portare l’ombrello. Ma hanno l’energia infinita di chi ha appena perduto tutto per ritrovare se stesso. C’è Sigmund, se si chiama davvero così. Sguardo allucinato, un po’ sognante. E barba bionda: “A casa nostra non si vive . Non ci sono soldi. L’unica soluzione, per chi ha la forza di farlo, è la fuga. Avevo un buon lavoro a Danzica come ingegnere elettronico.

Ma è l’aria a essere irrespirabile. Ti sentivi soffocato. Quel clima di sospetto che ti resta appiccicato addosso. Non potevi parlare perché ogni gesto rischiava di essere interpretato come un atteggiamento ostile. E le prenotazioni per il viaggio sono state vagliate a lungo. Ovviamente molte sono state respinte”.

Vengono spostati nell’ufficio stranieri della questura. Arrivano panini , due fette di torta, la birra. Poi una bottiglia di vino: “Tra noi ci sono degli iscritti a Solidarnosc. E il suo presidente Lech Walesa può fare moltissimo per la Polonia. Possiamo definirci simpatizzanti. Anche perchè con la tessera di Solidarnosc non ci avrebbero mai fatto partire. Questa era la via più semplice. Ma com’è finita la partita?”. La Juve ha battuto il Lechia 7-0.

E nella comitiva c’è anche una ragazza: sulla trentina, occhi azzurri. Fa l’impiegata: “Mio fratello è morto durante un interrogatorio che durava da quattordici giorni. Sul corpo aveva segni di percosse”. E non è l’unico caso in Polonia negli ultimi mesi. Intanto il questore di Torino si è messo in contatto col ministero degli Esteri e apprende che i tifosi del Lechia spariti nel nulla non sono diciassette: sono quaranta su novantaquattro arrivati a Torino. E per il 1983 è anche un record.

Perché si sono sparpagliati. Qualcuno ha bussato alla porta del consolato tedesco, qualcuno a quello austriaco. Hanno fatto finta di aver perso il volo di ritorno per Danzica. C’è chi è già saltato su un treno e si è presentato alla questura di Milano con la stessa richiesta: asilo politico. E si sono perse le tracce di tutti gli altri.

Ancora telefonate incrociate coi consolati. E alla fine vengono tutti spediti in un campo profughi non lontano da Roma. Flash dei fotografi. C’è anche Vladimir, quarantaquattro anni e suo figlio che ne ha tredici. E’ l’unica famiglia. C’è uno che forse si chiama Rudolf. Sono felici. Qualcuno piange: “Paura non ne abbiamo. Dopo quello che abbiamo visto a Danzica, non ci spaventa niente. Il rischio è stato grandissimo, ma ne è valsa la pena”. Anche se li aspetta una trafila burocratica lunga quanto una coppa europea.

Dal mondo del calcio, sulla questione c’è silenzio. Come se questi quaranta non esistessero. Ad aprire la discussione provvede il polacco della Juve, Zibì Boniek: “Dissento dagli atteggiamenti di quei quaranta. Ma cosa sperano di trovare venendo qui in Italia? E’ meglio in Polonia da poveri, che all’estero da profughi. E il novanta per cento dei polacchi la pensa esattamente come me”. Si sente in dovere di intervenire nientemeno che l’avvocato Agnelli: “Quelle di Boniek sono solo stupidaggini. E anche inopportune”. Il dibattito in Italia termina qui.

Ma c’è da giocare la gara di ritorno. Anche se non conta più per la Coppa. Ma per qualcosa di molto più importante.

La comitiva della Juve parte per Danzica martedì pomeriggio su un Tupolev 134 A. E quando sbarca trova gli applausi. Perché tutti vogliono vedere Paulo Rossiego, che è quello dei sei gol al mondiale. Curiosamente l’unico fischiato è Boniek.

I bagarini intanto festeggiano. Poi a tarda sera l’annuncio: alla partita sarà presente Lech Walesa, il leader di Solidarnosc. Anche se, pochi minuti dopo, la televisione polacca manda un servizio in esclusiva per screditarlo. Anche se la sua casa, quartiere operaio Zaspa di Danzica, è sempre sotto stretta osservazione. Walesa ogni mese viene fermato, perquisito e sottoposto a interrogatorio. Perché mantiene i contatti con l’opposizione clandestina. Perchè sta continuando a sfidare il governo del generale Jaruzelski.

Con gli scioperi, i cortei e i proclami: “Noi non abbandoneremo la strada che ci troviamo a percorrere. Intendiamo proseguire pacificamente la lotta per l’affermazione delle nostre idee e la bandiera di Solidarnosc è quella che meglio le rappresenta. Taceremo tanto quanto sarà necessario. Ci butteremo per terra quando sparerete contro di noi. Ma quando le sentinelle abbandoneranno il loro posto, quando i mastini creperanno per il troppo cibo e i topi abbandoneranno la nave, allora verremo e vi guarderemo negli occhi”.

Dal colpo di stato del dicembre ’81, è cambiato poco. E’ stata abrogata da due mesi la legge marziale. Non c’è più lo stato d’assedio. Il sindacato governativo non ha raccolto grandi consensi. Gli oltre nove milioni di aderenti che aveva Solidarnosc sono numeri irraggiungibili, impensabili  . A giugno è venuto in visita Giovanni Paolo II che si è schierato apertamente per Solidarnosc e ha incontrato Lech Walesa. Il regime ha tremato. Ma la libertà di stampa è cancellata. E molti dissidenti sono ancora in prigione.

Anche per questo, Lechia Danzica – Juventus non sarà una partita.

I cancelli dello stadio vengono aperti alle undici. All’una è già tutto occupato. Le vie di accesso allo stadio sono pattugliate da tremila miliziani: ci sono i reparti antisommossa, gli Zomo. In grigioverde col mitra a tracolla. Poi le divise grigio topo della Milicja e quelle cachi dell’esercito . E i camion pronti. Mancano due ore e mezza all’inizio e si spinge. Qualcuno non ce la fa. Esce dallo stadio. Chiede il rimborso del biglietto. Anche le colline intorno al campo sono strapiene. Ci si arrampica sugli alberi. Gli Zomo sparano i lacrimogeni.

Un’ora prima dell’inizio, entra Lech Walesa. Maglione celeste e cappottino grigio. Riesce a trovare un posto molto alto nei popolari, anche se non ci starebbe neanche uno spillo. E infatti non se ne accorge praticamente nessuno.

La televisione polacca censura le immagini della partita. La danno in Italia in diretta, su Rai2. Sono le quindici e trenta . E a Danzica c’è il sole.

Cabrini taglia per Paolo Rossi, dietro per Vignola: 1-0 per la Juve. E in quarantamila si accorgono che è arrivato Lech Walesa. Non è ancora metà del primo tempo. Ci si scambia occhiate d’intesa. Poi il boato. Da quella parte delle gradinate partono i cori a favore di Solidarnosc. Si espandono. Cantano, urlano tutti. Lech Walesa alza le braccia, saluta. Poi fa l’inchino. Quelli del governo in tribuna coperta sono impietriti.

Fine primo tempo e l’urlo per Walesa e Solidarnosc si alza imperioso. Lo speaker cerca in ogni modo di coprirlo. Prova con le canzonette. E manda Felicità di Albano e Romina Power. Alza il volume. La folla accetta lo scontro. Ancora più forte il nome di Walesa. E Viva Solidarnosc .

Poi in alto tutte le mani con la “V”. C’è chi grida l’inno nazionale, perchè la Polonia non è ancora morta. E poi ancora Via il consiglio militare. Via. Se ne vada a Mosca. Qualcuno guarda spavaldamente i poliziotti. E poi, sillabando,  Gestapo, Gestapo , Gestapo. Dallo spogliatoio i calciatori sentono tutto. Perché gli altoparlanti sono al limite, ma vengono sovrastati.

Lo speaker devoto non sa che fare. Si passa il fazzoletto sulla fronte sudata.

Tra l’altro, ha esaurito la sua grottesca hit parade. Sta morendo. E sta morendo di paura. Ma ha un piano: legge a voce alta il curriculum dei calciatori della Juventus. E non col solito registro monocorde. Non senza intonazione. Prova a metterci gusto, quasi enfasi. Li snocciola tutti, uno ad uno. Anche quelli di Tavola e Caricola. Poi recita quello di Dino Zoff, che si è ritirato da quattro mesi.

Le squadre rientrano, ma si canta ancora. Sarà un caso, ma il Lechia attacca e pareggia con un tiro di Kowalczyk. E Walesa fa di nuovo l’inchino, soddisfatto.

Insistono. Cinque minuti e Tavola ruzzola in area sui piedi di Polak, lanciato a rete: Kruszczynski trasforma dal dischetto. Perdere contro una squadra della serie B polacca non sta bene: Boniperti in tribuna s’infuria. Prende a calci i seggiolini. E’ cianotico. Trapattoni mette dentro Platini. La gente non si ferma neanche dopo il fischio finale. Urla ancora il nome di Walesa. E ancora Solidarnosc.

Anche questa partita è stata un pretesto, ma non per quaranta. Per quarantamila. E la caduta del regime inizia proprio quel mercoledì 28 settembre 1983.

Qualcuno riesce a intercettare l’unico protagonista della giornata: Lech Walesa. Lui coi baffi smorza un sorriso: “E’ stato un bello spettacolo, sotto tutti i punti di vista”. E se ne può tornare a casa. Anche perché mancano poche ore al suo compleanno.

Per la cronaca, la Juve ha vinto 3-2.

                                                            a cura di Ernesto Consolo

Bibliografia: “edition.cnn.com”, “lechiahistoria.pl”, “rightbankwarsaw.com”, “sport.tvp.pl”, ”lechia.pl”, “kfp.pl”, “sportsmemories.be”, “sport.trojmiasto.pl”, “La Stampa”, “The Washington Post”, “Il Corriere della Sera”, “l’Unità”, “la Repubblica”, “Il Giornale”. Foto lechiahistoria.

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