Non so quanti conoscano il suo nome o la sua storia, so per certo che questa è molto breve ma piena di ricordi e piacevoli momenti che ne fanno sicuramente un calciatore e, anche se per poco tempo, un allenatore di tutto rispetto. Armando Picchi, come tanti altri, fa parte di un pezzo di storia del nostro calcio che anche le nuove generazioni di  tifosi dovrebbero imparare a conoscere, tutto comincia a Livorno, il 20 giugno del 1935,  e nella stessa città inizierà anche la sua carriera, era un difensore dall’ottimo rendimento, insieme ai toscani militò per cinque stagioni prima di finire alla SPAL, sotto ordine del presidente Paolo Mazza. Anche qui il nuovo panorama della Serie A lo trova preparato, ed è subito fra i protagonisti del quinto posto in classifica, un record per gli spallini che lo ricordano ancora come il massimo piazzamento raggiunto nella storia del club. Bastò quindi un anno per renderlo celebre agli occhi delle grandi società, una fra queste decise di prenderlo dopo aver sborsato 24 milioni di lire e aver ceduto diversi giocatori, era l’Inter, più precisamente la Grande Inter di Herrera, Picchi passò così da terzino a libero, divenendo un jolly importantissimo e uno dei massimi interpreti di questo ruolo nell’intera storia del calcio italiano. Armando si innamorò della maglia nerazzurra, e ovviamente divenne anche lui protagonista, insieme a quei grandi campioni, delle numerose vittorie; senza dimenticare che dopo la partenza di Bruno Bolchi toccò proprio a lui alzare i trofei con la fascia di capitano al braccio. Successivamente i battibecchi con la ferrea disciplina di Herrera lo portarono sempre più lontano dalla squadra, sette stagioni non bastavano a quanto pare e Moratti dovette decidere fra il tecnico e il capitano, una decisione brutale che lo portò ad allontanare Picchi cedendolo al Varese, quest’ultimo commentò così l’accaduto: «Se l’Inter deve qualcosa al Mago, quanto deve il Mago a noi giocatori? Molto, forse moltissimo», parole che servirono solo a inasprire gli animi, dunque a 32 anni il difensore giocò ancora due stagioni, e dopo aver guidato il Varese, per altro sfiorando la promozione in massima serie, con il ruolo di giocatore-allenatore, si ritirò definitivamente nel 1969. Da qui intraprese una nuova avventura in panchina che diede da subito buoni risultati facendo pensare a un radioso futuro, pari a quello svolto come calciatore, iniziò ad allenare il Livorno, la squadra della sua città natale che gli aveva permesso di iniziare a marcare per le prime volte i campi verdi, riuscì quindi a risollevare le sorti della formazione amaranto trascinandola dalla zona retrocessione fino a metà classifica. Ma la vera svolta arrivò con la Juventus, queste le parole del presidente Boniperti dopo la scomparsa del tecnico: « Era un uomo intelligente e preparato, possedeva carisma, personalità, capacità persuasive e spiccate attitudini al comando. Sarebbe sicuramente diventato uno dei migliori allenatori d’Italia», Picchi infatti ebbe la fortuna di allenare grandi come Causio, Capello e Bettega agli inizia della loro carriera, da subito si notò una squadra salda, la formazione bianconera si rese protagonista di un’ottima posizione in campionato e in Coppa delle Fiere, ma agli inizi del 1971 arrivarono i primi problemi di salute per il più giovane allenatore della Serie A di quell’anno che fu costretto per i primi mesi a lasciare il lavoro nelle mani di  Čestmír Vycpálek. Picchi il 7 maggio fece la sua ultima comparsa in panchina, la squadra raggiunse infine il quarto posto e venne eliminata in semifinale nella Coppa delle Fiere, ma Armando non vide quest’ultima partita in quanto morì il giorno prima, ovvero il 26 maggio del 1971, una scomparsa davvero dolorosa per un campione destinato a diventare uno dei più grandi, a portarlo via alla giovane età di 35 anni fu una forma di amiloidosi. Era un giocatore forte fisicamente e dotato di grandi capacità difensive, insieme a Gaetano Scirea è considerato il miglior libero della storia del calcio italiano, un ruolo complicato e non semplice da ricoprire, rimane nella memoria dei tifosi dell’Inter che lo annoverano fra i migliori capitani del club, nella memoria dei tifosi Juventini ai quali gettò le basi per la grande formazione bianconera che arrivò dopo la sua scomparsa, e infine rimane nella memoria dei livornesi, che gli intitolarono lo stadio e tuttora viene ricordato così, nel pieno delle sue forze quasi non avesse sbagliato nulla in quella memorabile, ma breve, grande carriera.

« Non era il capitano perché la società gli aveva dato la fascia, era il capitano perché era il nostro punto di riferimento. » (Sandro Mazzola) 

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