Chissà in quanti lo ricordano, d’altronde ha lasciato a suo modo un segno profondo ma non abbastanza incisivo per alcune mancate conquiste che ne fanno lo stesso un grandissimo campione e probabilmente uno dei pochi stranieri del periodo a far capire quanto il calcio fosse un gioco fatto di talento e contemporaneamente di divertimento. Parliamo infatti di Kurt Hamrin, nasce a Stoccolma il 19 novembre del 1934, lo Huvudsta IS rappresenta l’inizio, e il Råsunda IS  è la squadra che lo lancia nel mondo calcistico a soli 19 anni, passerà poi nell’AIK Stoccolma, dove inizia subito il suo sodalizio, passato nella prima squadra svedese, diventerà capocannoniere del campionato con 22 gol. Ha iniziato a giocare in un periodo duro, dove il calcio svedese non era ancora riconosciuto a livello professionistico e così lo stipendio ai giocatori si riduceva a cinquanta corone (15 euro) solo in caso di vittoria, mentre in caso di sconfitta tutti rimanevano a bocca asciutta, e ciò costringeva i giocatori a svolgere una professione alternativa per non rimanere senza soldi. Hamrin quindi, nonostante dimostrasse grandi capacità, era inserito in una realtà lontana dove pochi o nessuno lo avrebbe mai notato, se non che la sua fortuna crebbe con la partita nazionale fra Svezia e Portogallo, dove il presidente della Juventus Gianni Agnelli lo notò e dopo aver sborsato quindicimila dollari lo fece trasferire a Torino per vestire la maglia bianconera. Comincia così per il giovane una svolta che lo vede protagonista con un inizio di carriera davvero niente male, al suo esordio contro la Roma infatti sigla una doppietta, e successive conclusioni iniziarono a far prevedere un futuro davvero roseo per lui,  ma successivamente ci furono numerosi infortuni alla caviglia che lo costrinsero a rimanere fermo, nonostante egli affermasse che il medico della squadra accelerasse troppo i tempi di guarigione, tutti iniziarono a credere che le caviglie dell’attaccante fossero troppo fragili. Continua quindi la sua nuova avventura al Padova, un’avventura dettata all’inizio da una cattivo rapporto con la Juventus, che si poteva notare con l’acquisto dalla parte della società bianconera di John Charles e Omar Sivori, e in aggiunta la decisione del capitano Boniperti che non si trovava bene in campo con lo svedese. Coi patavini, allenati da Nereo Rocco, Hamrin dimostrò le sue qualità contribuendo a un ottimo piazzamento in classifica per la squadra, più precisamente il terzo, e inoltre segnò in quell’anno ben venti gol, che gli servirono per farsi buona pubblicità in vista del mercato, gli bastò quindi un’anno per diventare uno dei giocatori più forti della storia del club veneto. La sua meta successiva fu la Fiorentina, squadra in cui si distinse sempre, ma dove non riuscì mai a conquistare uno scudetto, ma non per mancanza d’impegno o bravura, per la grande difficoltà nel competere con avversari di altissimo livello come il Milan di Schiaffino o l’Inter di Herrera. Nonostante ciò riuscì a vincere due Coppe Italia, una Coppa delle Coppe, una Coppa delle Alpi e una Coppa Mitropa; inoltre ottenne ben due record, il primo  fu la cinquina (cinque gol) in una sola partita e il secondo è il record di marcature nella storia del club mantenuto fino al 2000, quando fu eguagliato da Batistuta. Rimase in maglia viola per nove stagioni, fino al 1967 quando Rocco decise di puntare ancora su di lui dopo gli anni passati insieme al Padova,  arrivò al Milan, in una squadra forte e molto esperta per via dell’età della maggior parte dei giocatori, come Trapattoni e Lodetti, e con quella formazione arricchirà ancora di più il suo palmarès con uno scudetto, una Coppa delle Coppe e la più nota Coppa dei Campioni dove i rossoneri riuscirono a battere per 2-0 in semifinale il Manchester United campione in carica, e uno di quei due gol è stato proprio di Hamrin. Nel 1969 lo svedese ormai trentasettenne chiuse la carriera con la maglia del Napoli, con il quale militò per due stagioni, e infine sono da contare dieci presenze fatte con l’IFK Stoccolma, che possiamo definire le ultime cartucce sparate per dimostrare ancora una volta il suo talento, in quelle presenze ci sono stati infatti cinque gol, gli ultimi di una lunga serie. Hamrin era un giocatore davvero particolare, rappresenta l’esempio di chi nasce in un periodo difficoltoso anche per il calcio, dove gli stranieri ancora non venivano accettati con molta facilità, basti pensare che il regolamento di quei tempi in Italia prevedeva al massimo solo due giocatori stranieri tesserati per ogni società, ma il destino spesso regala grandi fortune, o almeno la fortuna bisogna sapersela creare, proprio come fece lui, uno svedese venuto da lontano con un punto di forza non da poco, infatti il suo asso nella manica era la velocità, un’ala forte e con grande visione di gioco al quale bastava accelerare il passo per superare tutti gli avversari. Infine che dire, lo ricorderanno con affetto gli Juventini, i padovani, i milanisti e forse anche i napoletani, e lo ricorderemo tutti noi, anche tifosi di altre squadre, perchè quando lo vedevi ti accorgevi subito del suo talento, il talento di uno che in campo faceva la differenza.

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